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di GIAN LUIGI RONDI L'AVVERSARIO di Nicole Garcia, con Daniel Auteuil e Géraldine Devos, Francia, 2002.

Un tale che si era finto medico, quando i nodi erano venuti al pettine, aveva ucciso la moglie, due figli piccoli e i genitori. Tentando subito dopo il suicidio. Salvato, adesso è all'ergastolo. Il cinema francese se n'era già occupato una volta («A tempo pieno», di Laurent Cantet). Ora torna a occuparsene Nicole Garcia («Place Vendôme», «Un week-end per due»), con una differenza fondamentale. Nel primo film si tentava l'analisi della psicologia del personaggio, in questo ci si tiene ai fatti, quasi dall'esterno, per mostrare - volutamente senza dimostrare - il processo che insensibilmente porta un uomo tranquillo, dedito a una vita familiare e sociale in apparenza tranquilla, fino alle soglie di una follia che esploderà in cinque omicidi.
Una costruzione narrativa a rovescio: prima un accenno alla tragedia finale, poi la normalità quotidiana, in mezzo delle testimonianze alla polizia, dopo il fattaccio, di persone che avevano conosciuto bene l'omicida, con l'aggiunta di alcuni brani di una confessione da lui registrata nel tentativo di spiegarsi. Tasselli di un mosaico che, inseriti qua e là, fanno emergere, pur dai momenti più distesi, un clima d'angoscia pronto a diventare, nonostante la sua costante normalità e la sua rinuncia a esibire il sangue e la violenza, la cifra più autentica del film: il sospetto di trovarsi di fronte a un uomo sospeso su un abisso, deciso a prendersela proprio con le persone a lui più vicine perché sono quelle che più ha orrore di deludere con le verità sempre taciute. Ce lo evoca con matematica esattezza l'interpretazione magistrale di Daniel Auteuil protagonista. Lacerato solo dall'interno e quasi immobile.

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