Parlare di errore giudiziario in Italia è, si può dire, espressione impropria. Prevale, ormai il concetto di “giustizia di lotta”, che deve “soddisfare” l’esigenza di non lasciare i delitti “senza un colpevole” come dimostra l’inchiesta de Il Tempo di oggi. I Celti quando taluno veniva ucciso, se non potevano fornire ai congiunti del morto il “sollievo” di uccidere l’assassino, uccidevano uno schiavo. Meglio di niente. Lo scrupolo di evitare, anzitutto, che una pena ingiusta vada a sommarsi all’ingiustizia di un delitto non riesce ad imporsi. Lo “scandalo” è l’assoluzione d’aver lasciato “senza autore” il delitto, stoltezza che purtroppo si legge a commento di ogni assoluzione. La “novella” varata anni fa al codice di procedura penale che stabilisce che la condanna dell’imputato possa intervenire quando la colpevolezza “è provata al di là di ogni ragionevole dubbio” (mutuando l’espressione in uso nel diritto e nella prassi giudiziaria anglosassone) avrebbe dovuto provocare una sorta di terremoto giudiziario, facendo diminuire assai sensibilmente le condanne rispetto alle assoluzioni. Non c’è stata una sola sentenza riformata o annullata in applicazione di tale “novità”. Non è successo niente. La “novità” era fumo negli occhi. Occhi, del resto, per lo più, chiusi per non vedere. Ci sono poi motivi “speciali” sui quali i giudici hanno addirittura orrore di fronte alla tentazione di assolvere. Ci sono “esigenze” di lotta, ad esempio, alla mafia, che “impongono” di non “delegittimare” un pentito, anche se palesemente bugiardo. Magari per non “mettere in discussione” altre sue “testimonianze” a fondamento di altre sentenze. Non dico altro dell’abuso dei pentiti e del pentitismo, perché mi porterebbe, come mi ha portato nella mia attività di avvocato e di pubblicista, molto lontano. C’è un senso della giustizia che, invece di diventare più acuto e scrupoloso, regredisce in senso di vendetta. E con esso regredisce la civiltà della nostra Società.
Quando la giustizia è vendetta
di Mauro Mellini