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Un miliardo alle ex prostitute di guerra

Alessandra Zavattaa.zavatta@iltempo.it Dopo settantuno anni il Giappone si pente delle prostitute-schiave usate durante la Seconda Guerra Mondiale e paga un miliardo di yen alla Corea. Sette...

Dopo settantuno anni il Giappone si pente delle prostitute-schiave usate durante la Seconda Guerra Mondiale e paga un miliardo di yen alla Corea. Sette milioni e mezzo di euro che verranno versati a 46 «donne di conforto» (come venivano chiamate all’epoca) ancora in vita. Quasi tutte coreane, appunto. Seppure tra le duecentomila ragazze rinchiuse nei bordelli per alleviare il peso del conflitto alle truppe nipponiche c’erano anche cinesi, indonesiane e thailandesi. Lo storico accordo sulle «schiave del sesso» che mette fine al lungo contenzioso, che andava avanti dal 1945, è stato firmato ieri a Seul dai ministri degli Esteri giapponese, Fumio Kishida, e sudcoreano, Yun Byung-se. Con tanto di scuse ufficiali (non certo scontate per l’etichetta dell’impero del Sol Levante) presentate dal primo ministro Sinzo Abe. «Riconosciamo la responsabilità e siamo pentiti dal più profondo del cuore», ha scritto ieri alla presidente coreana Park Guen-hye che lo scorso mese era tornata ad insistere sulla questione. Lei, tra le poche donne a capo di un Paese asiatico, a capire l’incubo di quelle giovanissime «arruolate con la forza». Non per combattere, ma per soddisfare le voglie dei combattenti. Perdippiù nemici, che dal 1910 e al ’45 hanno trattato la Corea come una colonia. L’elezione a Capo dello Stato della Lady di Ferro aveva fatto suonare per Tokyo la campana della resa dei conti. È pur vero che nel 1965 i due Paesi avevano ristabilito relazioni diplomatiche dopo l’anico odio e che nel 1993 il Giappone aveva proposto l’istituzione di un fondo per risarcire le ex prostitute, riconoscendosi colpevole dello sfruttamento di quelle donne. Ma è altrettanto inconfutabile che nel «tesoretto» finirono finanziamenti privati. Imprenditori, artisti, associazioni e singoli cittadini che da Nagasaki a Yokohama vollero testimoniare solidarietà alle schiave della Seconda Guerra Mondiale. Park Guen-hye voleva però di più: pubbliche scuse e danni pagati dall’impero rivale. Non importa quanti soldi e in quanto tempo versati. Ma soldi giapponesi per le coreane umiliate dall’esercito del Sol Levante. E tanto ha battuto i pugni, fino a ventilare un «raffreddamento» delle relazioni tra i due Paesi, che Tokyo ha dovuto fare un passo indietro. Ovviamente con il diplomatico tatto che contraddistingue il Giappone. Un episodio che in Italia ha riportato alle mente le 3.500 donne «marocchinate» in Ciociaria, stuprate nel ’44 dalle truppe maghrebine dell’esercito francese. Lo scorso settembre una caparbia novantottenne è riuscita ad ottenere il risarcimento dello Stato per la violenza subita, perchè considerava un’offesa la pensione di guerra accordatale 23 anni fa per la «nevrosi» conseguenza del conflitto.

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