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Sprechi, partiti e interessi L’anticasta ai tempi del puparo

Massimiliano Lenzi Addio a Licio Gelli, l'uomo che ha inventato il gusto e la letteratura dell'anticasta. Non lo ammetteranno mai, in queste ore di oblio e di coccodrilli su una delle figure più...

Addio a Licio Gelli, l'uomo che ha inventato il gusto e la letteratura dell'anticasta. Non lo ammetteranno mai, in queste ore di oblio e di coccodrilli su una delle figure più discusse d'Italia, che Gelli Licio, il venerabile, Belfagor, il burattinaio - ognuno scelga il soprannome che preferisce ché il Male per chi si sente il Bene, non conosce limiti linguistici - è colui che ha battezzato il gusto del dagli alla politica nel senso di casta, di appartenenza al comando. Eppure proprio lui, l'inquietudine sui misteri italiani del secolo scorso, il puparo che muoveva i fili - come vuole una gran parte della pubblicistica nazionale - da Villa Wanda, vicino ad Arezzo, in quella Toscana sospesa tra Firenze ed il contado - non ha mai usato carezze ma pugni sulla casta. Nel 1980, era di ottobre, 35 anni fa, in una intervista al "Corriere della Sera", rilasciata a Maurizio Costanzo, Gelli argomentava: "Credo che i partiti scelgano i migliori elementi che hanno a disposizione per destinarli ai posti guida ma come avrà notato nonostante l'alternarsi di tutti questi 'geni' le cose vanno di male in peggio. Ci sorge quindi spontanea la domanda: questi 'geni' lavorano esclusivamente nell'interesse del Paese oppure solo nell'interesse del loro partito? Penso che in questa ultima ipotesi non riusciranno mai, nonostante la loro bravura, a riunire in un unico crogiuolo i vari componenti necessari per fondere una lega che dovrebbe proteggere gli interessi del popolo". Il popolo e la politica, gli elettori e la casta. Cominciava lì, ben prima dei Gian Antonio Stella e dei Sergio Rizzo, in grande anticipo sui vaffaday e sui j'accuse, di Beppe Grillo e dei suoi accoliti, al Potere, la letteratura, il sentimento, quel senso di appartenenza e di rabbia contro la casta. Gelli, nell'intervista rilasciata a Maurizio Costanzo - all'epoca già affermato conduttore televisivo, con un certo successo dalla sua - a proposito di politica, popolo e Paese proseguiva: "L'unica alternativa a questo concetto è che poi non sono così bravi come si vorrebbe far credere e quindi nella loro meschina mediocrità non riescono a comprendere le esigenze del popolo o non riescono a sentire le loro responsabilità". Era la messa in scena della mediocrità del politico, la registrazione di un'impotenza colpevole ed anche un po' meschina a cui Gelli avrebbe voluto rimediare con un Piano 2, la P2. Dovrebbero rifletterci sopra i fan odierni del 'dagli al politico', su questo paradosso dell'anticasta e sulla sua natura, intrinsecamente antidemocratica. Illiberale. Perché - e ci costa scriverlo, a noi che ogni giorno denunciamo le furfanterie della politica - se la politica diventa oscena, impunita, castale, a pagarne le spese sono, prima ancora dei gaglioffi in Parlamento, la libertà ed il libero gioco democratico. Cui fa da triste corollario, nei secoli dei secoli, il ritornello della fuga dei cervelli (ma dove sono andati quegli italiani migliori?). Al punto che nelle confessioni in forma di intervista a Maurizio Costanzo, lo stesso Licio Gelli ripeteva: «In casi come questi è più che accettabile l'affermazione del ministro Giannini (ndr, non la Stefania di oggi): "Se fossi stato giovane me ne sarei andato dall'Italia"».

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