«Licio Gelli conosceva bene le debolezze degli italiani e solo così potè tessere la propria tela fatta di alti ufficiali e grand commis dello stato attraverso cui controllava un po' tutta la vita politica italiana». A distanza di 34 anni dalla scoperta degli elenchi di Castiglion Fibocchi, Antonio Padellaro, oggi presidente del cda del «Fatto quotidiano», e prima ancora direttore responsabile, e all'epoca cronista di punta del «Corriere della sera» di Rizzoli,Calvi e Tassan Din, ben ricorda il giorno che si recò a ritirare gli elenchi contenuti in due libroni che il premier Arnaldo Forlani aveva da poco desecretato. Direttore Padellaro, deve essere stato imbarazzante per chi lavorava al «Corriere» parlare di corda a casa dell'impiccato? «Ricordo questo aneddoto: quando arrivai alla redazione romana in via del Parlamento, all'epoca era lì, era in corso la riunione e il capo della redazione romana Roberto Martinelli stava parlando interfono con il direttore Franco di Bella a Milano e la redazione di via Solferino... Martinelli mi ricordo che disse "ecco è arrivato Padellaro con gli elenchi della P2.." , e subito Di Bella fece sentire la voce interfono.. "e chi ci sta dentro? Raccontaci.." E io risposi: "beh veramente ci saresti anche tu....Ci fu il gelo..Di Bella disse: "bene comunque pubblicate tutto..". Poi qualche ora dopo ci fu l'assemblea di redazione in cui lui si dimise...questo è il "come eravamo" della P2 per come lo ricordo io». Per lei chi era Licio Gelli? «Lo hanno sempre definito un "burattinaio" ma tutto sommato era un coordinatore, un grande conoscitore della psiche di quegli italiani del ceto medio alto che hanno una passione per l'opacità, per le conventicole, le riunioni segrete.. quella gente che fa carriera dal niente che c'era allora come ci sta adesso..alla fine a livello giudiziario le inchieste sulla P2 non hanno dimostrato molto rispetto alle ipotesi accusatorie, di certo però non c'è stato scandalo finanziario, economico e politico dell'epoca dove non ci fosse la presenza di uomini di Gelli..ma il problema erano loro non lui..» E «loro» chi erano? «Sono gli stessi di oggi, ufficiali un po' felloni, politici e finanziaeri corrotti, vertici dei servizi di sicurezza deviati, la P2 rimane l'iceberg di un continente sommerso semi sconosciuto e difficilmente conoscibile oggi. Lui forse più che un grande orditore di complotti era uno psicanalista di massa di tutto quel ceto medio di arrampicatori sociali che ancora oggi esistono, specie nel mondo giornalistico, e che uno ogni tanto si chiede: ma quello come ha fatto ad arrivare così in alto? Poi, parole di Gelli, fu "lo scopritore di Silvio Berlusconi" e dell'importanza della comunicazione integrale televisiva in Italia ben prima che il Cavaliere diventasse il tycoon del settore». C'è chi dice che quello alla P2 sia stato il primo grande processo mediatico della storia dell'Italia contemporanea e chi sostiene che sia stato il primo motore immobile della stagione delle stragi. Lei a quale scuola di pensiero appartiene? «Dopo tanti anni e con sentenze che hanno descritto tutto quel complesso universo, la mia idea è che fosse il luogo di incontro dell'Italia opaca e talvolta anche torbida, ma non mi iscrivo né alla scuola dei complottisti né a quella dei ridimensionatori a tutti i costi».
«Chi era al potere allora comanda ancora oggi»
«Licio Gelli conosceva bene le debolezze degli italiani e solo così potè tessere la propria tela fatta di alti ufficiali e grand commis dello stato attraverso cui controllava un po' tutta la vita...