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Così hanno «suicidato» i risparmiatori

I dati della Link University: dal 2012 quasi 600 vittime della crisi economica E nel 2015 i casi tra disoccupati e pensionati superano quelli tra imprenditori

Se la tendenza registrata nei primi sei mesi dovesse essere confermata anche nel secondo semestre dell’anno, il 2015 rischia di essere ricordato come l’anno più «nero» per le vittime della crisi economica. Secondo i dati raccolti dall’Osservatorio Suicidi per Crisi Economica della Link Campus University, infatti, dal 2012 a oggi il numero delle persone che hanno deciso di togliersi la vita per difficoltà finanziarie è più che raddoppiato. Non solo: se fino all’anno scorso la maggior parte delle vittime era costituita da imprenditori, nel 2015 a compiere l’estremo gesto sono stati soprattutto pensionati, dipendenti e disoccupati. L’ultimo caso risale a ieri: un piccolo imprenditore del Lodigiano si è tolto la vita impiccandosi nella sua abitazione che stava per consegnare all’ufficiale giudiziario per essere messa all’asta. Il procuratore di Lodi, Vincenzo Russo, che ha confermato l’accaduto, ha sottolineato che «si tratta di un fatto gravissimo, di un effetto della grave crisi in cui ci troviamo». I dati, si diceva: nei primi sei mesi del 2015 secondo la Link Campus i suicidi per crisi economica sono stati 121. Nell’intero 2014 erano stati 201, in aumento rispetto ai 149 del 2013 e agli 89 del 2012. In tutto, la tragica contabilità fa segnare 560 suicidi per motivi economici dal gennaio 2012 al giugno 2015. Va premesso che le rilevazioni realizzate dall’Osservatorio diretto da Nicola Ferrigni sono state in passato oggetto di critiche, poiché si basano sui casi resi noti dai media e confermati dalle autorità giudiziarie. Un dato che, quindi, potrebbe essere in qualche modo condizionato dall’attenzione mediatica per il fenomeno minore o maggiore a seconda del momento storico. Va aggiunto, però, che il lavoro della Link Campus resta l’unico strumento a disposizione dopo che, dal 2010, l’Istat ha deciso di interrompere la sua serie statistica sul fenomeno. Secondo l’Osservatorio, se nel 2012 gli imprenditori rappresentavano il 55,1% dei casi di suicidio, nel primo semestre di quest’anno la tendenza sembra essersi invertita, con i casi degli imprenditori al 43,8%, mentre la quota pensionati, dipendenti e disoccupati è salita dal 48,3% del 2014 quasi al 54%, con una crescita significativa delle donne. Altro dato inquietante è l’abbassamento dell’età media delle vittime, con il fenomeno che ha cominciato a interessare un numero sempre più significativo di 35-44enni. Se nel 2012 in questa fascia si contavano il 13,5% dei suicidi, nel primo semestre di quest’anno la percentuale è salita quasi al 29%. Non a caso la categoria dei trentenni viene considerata la più a «rischio» in tutto gli indicatori, da quello sulla disoccupazione a quello relativo alle stime sull’aspettativa pensionistica. L’area più «colpita» è quella del meridione. Al Sud nei primi sei mesi dell’anno si è registrato il 30,6% dei casi italiani, una spanna sopra il Nord-Est che si ferma al 28,9%. La regione che in assoluto piange più vittime è il Veneto, con il 23,1% dei casi. C’è poi il capitolo dei tentati suicidi. Anche in questo caso gli episodi hanno visto una drammatica escalation negli ultimi anni. Si è passati, infatti, dai 48 casi del 2012 ai 115 del 2014 fino ai 71 relativi ai soli primi sei mesi del 2015. In tutto fanno 320 episodi, che nel 54,7% dei casi hanno visto protagonisti disoccupati, nel 21,6% imprenditori, nell’11,9% dipendenti e nel 2,5% pensionati. Una contabilità tragica che la parziale ripresa degli indicatori economici non è riuscita ancora ad arrestare.

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