Tanti problemi irrisolti e una città che giunge all’appuntamento con la serata di gala senza nemmeno aver fatto in tempo a rifarsi il trucco. Nove mesi vissuti pericolosamente, che possono sembrare pochi (e forse lo sono), ma che analizzando il tempo sprecato, le emergenze mai affrontate, il continuo cincischiare della politica a tutti i livelli, hanno rappresentato un tesoretto sciupato in malo modo. Jorge Bergoglio ha annunciato il Giubileo della Misericordia il 13 marzo 2015. E non c’era certo bisogno di attendere l’emissione della bolla papale, arrivata il 10 aprile successivo, per iniziare a darsi da fare. Eppure così sarà. La prima riunione della cabina di regia, con Ignazio Marino ancora sindaco e Graziano Delrio sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, viene convocata solo il 9 maggio. Qui si inizia a parlare di soldi: 300 milioni, poi 500 milioni, poi addirittura 900 milioni di euro. «Cifre inventate» secondo l’ex primo cittadino. In realtà il dibattito, stucchevole, all’interno delle stanze del potere, è su ben altro: il ruolo di «coordinatore» del Giubileo, che dopo Mafia Capitale il Governo vuole assegnare al prefetto Franco Gabrielli (e così sarà), ma che Marino vuole per sé nel tentativo di emulare i suoi illustri predecessori. Il tira e molla prosegue per settimane, ma la città rimane immobile. A giugno riesplode Mafia Capitale, a luglio i macchinisti di Atac bloccano la città con uno «sciopero bianco» che manda il trasporto pubblico al collasso. Nel frattempo anche Ama va in tilt: gli articoli sull’«emergenza rifiuti» nella Capitale finiscono perfino sul New York Times. L’amministrazione comunale è ferma. Il Governo vuole rassicurazioni e a luglio Matteo Renzi «ordina» a Marino un rimpasto che porta tre suoi fedelissimi in Giunta. Ma anche Palazzo Chigi ha le sue colpe. A fine mese è tutto pronto per il decreto sul Giubileo, ma Alfano temporeggia e va in vacanza. Di soldi ne arrivano pochi: il 27 agosto, dopo il caos del funerale di Vittorio Casamonica, il sottosegretario Claudio De Vincenti comunica lo sblocco di 50 milioni dal patto di stabilità, con cui il Comune finanzia una trentina di interventi. Robetta. I pochi cantieri previsti, tra l’altro, non partono perché gli uffici capitolini sbagliano a scrivere i bandi e l’Anac è costretta a rispedire tutto al mittente. A ottobre la crisi nera di Ignazio Marino, che prima si dimette, poi ci ripensa, quindi viene sfiduciato. L’arrivo del commissario Francesco Paolo Tronca e il decreto governativo che assegna 200 milioni alla Capitale sono tardivi, oltre al fatto che la città deve affrontare anche l’emergenza terrorismo e le continue minacce dell’Isis. Tempo scaduto.
Roma impreparata dopo un anno di «ozio»
Per la città un 2015 da dimenticare: dalla sfiducia a Marino, ai soldi mai arrivati fino ai cantieri fermi
