La jihad è ormai diventata una moda giovanile diffusa in buona parte del Pianeta. E l'Europa è il continente nel mirino a causa del fenomeno dei cosiddetti «foreign fighters». E dei tanti sbandati, per lo più figli di immigrati delle periferie delle maggiori città del Vecchio Continente. Giovani spesso coinvolti nel giro del traffico di droga, che adesso passa dall'Africa subsahariana. E che quando transitano nelle carceri europee si politicizzano incontrando lì i tanti imam reclutatori. A rivelare aspetti ignoti della diffusione dell’integralismo islamico sono fonti dell’intelligence italiana da noi sentite per dipingere un quadro del fenomeno. E che hanno ribadito come nei loro rapporti alle autorità c'era già scritto tutto quello che si imputa ai servizi di sicurezza di non avere saputo. CHIAMATA ALLE ARMI Un dettaglio spesso ignorato ma molto importante è rappresentato dal messaggio audio diffuso su internet il 21 settembre dal portavoce dell'Isis al Adnani. Nel suo appello, al Adnani esorta i mujahidin sparsi in tutto il globo, ma soprattutto quelli che vivono nei Paesi occidentali, a colpire gli infedeli con qualunque mezzo disponibile. D’altra parte, basta andare online e dare un’occhiata alle riviste filo-jihadiste, come «Inspire», curata da Al Qaeda nella penisola arabica. Nel numero dello scorso 24 dicembre si incitano all'azione i mussulmani residenti nei Paesi europei. Poi c’è «Dabiq», periodico ufficiale dell'Is. Nel numero del 28 dicembre gli interlocutori sono i cosiddetti «lupi solitari» che vivono in Europa e che, per i nostri 007, costituiscono un moltiplicatore del rischio: c’è infatti la possibilità non remota che emulino altri «guerriglieri» mussulmani già protagonisti di azioni cruente. Ma quali sono le aree di crisi che attirano i «foreign fighters»? Oltre a Siria e Iraq, dove il sangue scorre ormai da anni e l'Isis è diventato uno stato tra gli stati, c’è un numero impressionante di paesi, per lo più di religione islamica, dove esistono i nuclei di jihad. In questa enorme area, buona parte della quale coperta dal deserto, le organizzazioni terroristiche più importanti attive sono al Qaeda nel Maghreb Islamico, Ansar al Shariah, Movimento per l'Unicità e il Jihad in Africa Occidentale, al Mourabitoun, al Shabaab e Boko Haram. I gruppi eversivi sfruttano la precarietà socio-economica e i bassi livelli di sicurezza che i governi riescono a garantire, nonché la carenza evidente nel controllo del territorio. Nel dettaglio, tra le numerose milizie tribali di ispirazione islamica che si contendono il «cadavere» della Libia post-Gheddafi, i gruppi terroristici collegati ad Ansar al sharia hanno un ruolo di estremo rilievo. Questi gruppi operavano un tempo nel Nord del Paese, cioè nelle regioni Tripolitania e Cirenaica, ma poi, gradualmente, si sono «trasferite» anche in altre zone del territorio libico, in particolare nella regione sud-occidentale del Fezzan, una regione ormai diventata per loro una base sicura. E nella stessa zona operano altre milizie mussulmane munite di basi, campi d’addestramento e strutture logistiche. TERRORISMO A KM ZERO In Tunisia gli attentati del Bardo e quello sulle spiagge di Tunisi hanno mostrato la permeabilità dei confini con Libia e Algeria, mentre in Marocco l'intelligence locale è per ora riuscita a prevenire attentati sanguinosi come quelli avvenuti nei primi anni del millennio. In Algeria operano gli stessi «al mourabituna» che hanno colpito il Mali e che sono stati resi popolari tra i giovani dall'intervento armato della Francia, rendendo vani i tentativi di pacificazione tra il governo di Bamako e i tanti movimenti separatisti in salsa islamica. In Egitto il terrorismo è alimentato anche dall'ala militare dei fratelli mussulmani cui peraltro apparteneva anche al Zawahiri prima di passare con Bin Laden. In Kenya il jihadismo è una conseguenza del vuoto di potere creatosi dalle guerre fratricide tra maggioranza e opposizione in cui si sono innestati gli attentati di «al shebab» e anche in Burkina Faso l'insurrezione armata dell'ottobre 2014 oltre a provocare le dimissioni del presidente Blaise Campaorè si è portata dietro il terrorismo islamico. Analogo scenario di guerra civile tra milizie mussulmane e resistenza cristiana nella Repubblica centrafricana, mentre nel Sudan del sud per ora sembra tenere la tregua dopo le tensioni degli ultimi due anni. A RISCHIO ANCHE LA GIORDANIA Passando dall'Africa al Medio Oriente, oltre alle situazioni ormai destabilizzate di Siria e Iraq in cui si è innestato il «califfato» dell'Isis, le aree a rischio sono la Giordania, dove sempre i Fratelli Mussulmani e i «simpatizzanti» di Al Qaeda cercano il bersaglio grosso nel re Abdallah, e lo Yemen dove si sta consumando l'ennesimo episodio di odio interreligioso islamico tra sunniti e sciiti. I primi appoggiati dall'Arabia Saudita i secondi, gli Huthy, dall'Iran. Con uno scenario di crisi jihadista così esteso che sconvolge e condiziona tutto il mondo islamico, coniugato con la geometrica potenza dei «foreign fighters», solo dei governanti illusi potevano pensare che l'Europa sarebbe rimasta al di fuori dell'area a rischio. E prendersela con i servizi che non hanno segnalato la minaccia appare una patetica ricerca di comodi capri espiatori.
La jihad è ormai una moda globale
Le analisi e i timori della nostra intelligence. Da Tunisi a Sanaa tutti pronti alla guerra santa GALASSIA JIHADISTA La mappa del terrore
