«Quello di Roma non è un sistema mafioso, semplicemente nella Capitale le cose si trascinano». Nel caos (poco) organizzato dell’aula Occorsio in questa prima udienza del processo a Mafia Capitale, attorniato da decine di giornalisti, l’ex vice capo di gabinetto dell’allora sindaco Walter Veltroni si trattiene controvoglia ma si vede che muore dalla voglia di spiegare la sua verità sulla montagne di accuse che gli sono piovute addosso. Tornato ai domiciliari pochi giorni fa dopo quasi un anno di carcere, l’ex pezzo grosso del tavolo dell’immigrazione (accusato di corruzione per essere stato, sostengono i pm romani, a busta paga del gran visir delle Coop, Salvatore Buzzi) non riesce a trattenersi, gesticolando dietro la regimental d’ordinanza. Che significa che le cose a Roma si trascinano? «La procura ritiene che questo sistema sia mafia, ma a Roma non esiste un sistema mafioso che gestisce la città. Quelli individuati dagli inquirenti sono fenomeni distinti ma non esiste un’unica regia. La mafia a Roma è interessata alle attività legali in cui reinvestire il denaro». Eppure lei è considerato uno degli ingranaggi principali del sistema creato da Buzzi e Carminati. «Io con Carminati non c’entro nulla. Ho ammesso le mie responsabilità con i magistrati. In passato, è evidente, ho fatto degli errori anche gravi ma ormai ho intrapreso un percorso ben preciso che mi ha portato a collaborare con la magistratura e ora affronto serenamente il processo». In molti, prima del suo arresto, avrebbero messo la mano sul fuoco su di lei. «Dopo il mio arresto c’è stata tanta attenzione nei miei confronti, e sui mezzi d’informazione ho trovato tante, troppe informazioni sbagliate». In un’intercettazione lei spiega che grazie al suo ruolo al tavolo dell’immigrazione, era riuscito a portare i numeri dell’accoglienza legata allo Sprar da 250 unità a 2500. Le sembra un numero adeguato per le possibilità di Roma? «Quei numeri si riferiscono all’emergenza scoppiata nel 2014 e Roma è in grado di mantenere quegli standard. Ma la verità che i tempi sono cambiati e con i migranti non si vedono tutti i soldi che si vedevano un tempo, quando erano pagati anche 180 euro al giorno». Quindi quello dei migranti secondo lei non è più un business conveniente? «Non si guadagna più con i migranti. Ormai le istituzioni pagano con un anno di ritardo e quindi per forza di cose bisogna arrivare a dei compromessi di natura fiscale perché lo Stato non paga, questa è la verità».
"Sì, ho fatto errori Adesso collaboro"
Parla Luca Odevaine: "A Roma non c’è un sistema mafioso"
