Assolto per non aver commesso il fatto; assolto perché le accuse dei magistrati palermitani si sono rivelate inconsistenti ipotesi; assolto perché le convinzioni del pm Nino Di Matteo, punta di diamante del processo sulla presunta Trattativa Stato-Mafia, si sono fatalmente sgretolate. L’ex ministro Calogero Mannino, dunque, è uscito indenne dal processo celebrato con rito abbreviato e imbastito sulla base di un’accusa gravissima eppure molle e impalpabile: essere la mente del fantomatico «accordo» fra i padrini di Cosa Nostra e pezzi dello Stato. Il gup Marina Petruzzella, infatti, l’ha giudicato innocente, con grande scorno dei magistrati titolari dell’accusa, i quali hanno immediatamente annunciato l’impugnazione della sentenza, "frenati" dal procuratore Francesco Lo Voi, che prudentemente ha affermato di voler leggere, prima di ogni decisione, le motivazioni alla sentenza. E già, perché l’assoluzione di Mannino, arrivata nonostante i 9 anni chiesti dai pm, rappresenta un’energica spallata al processo istruito dall’ex pm Antonio Ingroia sulla base dell’articolo 338 del codice penale: violenza o minaccia a un corpo politico dello Stato. Le accuse all’ex ministro, infatti, ripercorrevano l’intero scenario che i magistrati di Palermo hanno collocato dietro la fantomatica «trattativa»: la necessità di addivenire a una "tregua" con la mafia affinché cessasse di ammazzare uomini dello Stato e piazzare bombe, garantendo a Cosa Nostra, al contempo, interventi sul 41bis, il carcere duro. Secondo i magistrati, dopo le condanne inflitte ai mafiosi nel Maxiprocesso, Mannino, temendo di essere ucciso, tentò di sancire un «accordo» con la mafia attraverso gli ufficiali del Ros Mario Mori e Antonio Subranni, e tramite il numero due del Sisde Bruno Contrada. A questo scopo, l’ex ministro avrebbe esercitato pressioni su Francesco Di Maggio, al vertice dell’Amministrazione penitenziaria, affinché alleggerisse il carcere duro. E le prove? Inesistenti. Il mancato rinnovo del carcere duro, ad esempio, fu deciso nel marzo del 1993 dall’allora ministro della Giustizia Giovanni Conso, che lo definì «una scelta personale». Tra l’altro, delle 334 persone che ne usufruirono, solo 23 erano siciliani. Quanto alla nomina di Nicola Mancino al Viminale al posto di Vincenzo Scotti, ritenuto un ministro più tosto nei confronti della mafia, l’imputato ha spiegato che dipese da motivazioni politiche. I pm non gli hanno creduto, il giudice sì. Cade, così, un altro tassello della teoria che immagina lo Stato intento a brigare con la mafia. Ipotesi già in via di sfarinamento dopo l’assoluzione di Mori e del colonnello dei carabinieri Mario Obinu, accusati di aver favorito Provenzano; dopo l’altra assoluzione, quella dello stesso Mori e del Capitano Ultimo, per la mancata perquisizione del covo di Riina; dopo la condanna del testimone-chiave (nonché imputato) del processo sulla «trattativa», Massimo Ciancimino, per detenzione di esplosivo; e dopo il rinvio a giudizio di un altro testimone, Saverio Masi, caposcorta del pm di Matteo, rinviato a giudizio per aver diffamato dei carabinieri accusandoli di aver impedito la cattura di Provenzano e Messina Denaro.
Trattativa Stato-Mafia. Assolto Mannino
Il fatto non sussite, l’ex ministro non ha tentato di sancire un accordo con le cosche
