Ha detto solo «grazie», rivolto ai suoi avvocati, dopo aver ascoltato il giudice pronunciare la sentenza di assoluzione. Dopodiché si è emozionato pensando alla sua nipotina preoccupata e infine, appena lo abbiamo raggiunto al telefono, si è sfogato puntando il dito contro quei magistrati che da anni si intestardiscono nella ricerca di una verità inesistente, ha garantito di non essere rimasto sorpreso perché ha la coscienza specchiata e infine ha assicurato che se la mafia non è riuscito ad ammazzarlo, non ce la faranno, metaforicamente, nemmeno i pubblici ministeri di Palermo. Mannino, assolto per non aver commesso il fatto. Se l’aspettava? «Sì, ne ero sicuro e ne sono sempre stato convinto. Una convinzione derivante dalla limpidità della mia coscienza e dalla certezza che tutta l’accusa, come imbastita dai magistrati, era priva di fondamento e sfornita di verità e di prove». L’accusavano di essere stato la mente della "trattativa" fra lo Stato e la mafia, intavolata attraverso ufficiali dei carabinieri. «Un’accusa ridicola. Chi conosce l’Arma, la sua tradizione di lealtà e devozione verso lo Stato italiano, sa benissimo che nessun generale dei carabinieri si sarebbe lasciato consigliare o suggerire, nemmeno da un ministro della Repubblica italiana. Lo voglio ripetere, siamo di fronte a un’accusa ridicola». Eppure i magistrati sono certi che, dopo l’omicidio di Salvo Lima, lei si attivò per trovare un accordo con la mafia e non fare la fine del plenipotenziario di Andreotti in Sicilia. «Prima ancora che venisse ucciso Lima avevo messo in conto, nel momento in cui si avviava alla conclusione il Maxiprocesso, che Cosa Nostra si sarebbe vendicata. E che lo avrebbe fatto prendendo di mira Falcone, lo stesso Lima, Borsellino. Insomma, quelle persone che i corleonesi ritenevano responsabili della conclusione di quello storico processo. I pubblici ministeri hanno avuto la capacità di capovolgere un merito in un sospetto, rendendo il peggiore servizio alla verità e alla giustizia e dimostrando che a loro interessa solo lo spettacolo che un guitto come Travaglio, scrivendoci qualche libro, ha portato in alcuni cinema in Sicilia e fuori dall’Isola guadagnandoci un po’ di soldi». Il processo sulla presunta "trattativa" fra pezzi dello Stato e Cosa Nostra sta crollando. Si passa da un’assoluzione all’altra. Eppure i magistrati palermitani vanno avanti a testa bassa, certi di avere in tasca la verità. Il pm di Matteo, ad esempio, non arretra e annuncia l’impugnazione della sua assoluzione. «Perché Di Matteo si ritiene un eroe, ma è soltanto la sua convinzione, una semplice presunzione, come quella che lo guida nel rivolgere accuse a degli innocenti. Del resto Di Matteo è noto per avere condotto dei processi, a Caltanissetta, che hanno determinato la condanna di imputati non colpevoli, costretti a sopportare anni di galera. Parlo del processo per l’omicidio di Paolo Borsellino e delle accuse del falso pentito Scarantino, a cui Di Matteo ha creduto. E nessuno gli ha mai chiesto come mai abbia imboccato quella strada. La responsabilità è sua e dei pm». Ha anche lei la sensazione che in certe aule di tribunale non si vada più alla ricerca di precisi reati ma si tenda a voler riscrivere la storia d’Italia? «È così. Ci ha provato anche Antonio Ingroia, e poi è scappato. Infatti adesso esercita l’avvocatura, come riportano anche le cronache di questi giorni. Quella di riscrivere la storia del nostro Paese è un’ambizione che non rientra nei compiti istituzionali dei magistrati. I pubblici ministeri devono perseguire reati precisi con tanto di prove». Mannino, lei è stato già processato e assolto per concorso esterno in associazione mafiosa, adesso per attentato a un organo dello Stato. Perché finisce sempre nel mirino? «Se solo sapesse quante volte mi sono posto questa domanda! Ma forse andrebbe fatta ad altri». Se potesse, cosa direbbe a chi l’ha perseguita? «Che perdono il loro tempo. Se la mafia non è riuscita a uccidermi fisicamente, i pubblici ministeri non ce la faranno giudiziariamente».
Mannino: "Non mi ha ucciso Cosa Nostra e neanche giudici e giornalisti"
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