«Ordina» ai suoi collaboratori come devono comportarsi, avrebbe deciso la divisione delle mazzette, avrebbe parlato in codice mentre «gestiva» la consegna del denaro. Continuano a spuntare nuove intercettazioni della Finanza che coinvolgono Antonella Accroglianò, la «dama nera» dell’Anas arrestata con l’accusa di corruzione e turbativa d’asta. «Senta, poi volevo dire invece...che è passata mia cugina...ieri appunto...che gli avevo detto che lei non trovava quell’antinfiammatorio....mi ha portato quell’antinfiammatorio...ma me ne ha portato sempre...quindi lei ci fa due o tre giorni con quell’infiammatorio....non di più...mò che faccio? Me lo tengo io e poi ...oppure preferisce che glielo porto? Glielo porto a Rita...che dice lei? Oppure lo tengo io st’antiffiammatorio?», ha detto la donna nel suo ufficio a un suo collaboratore, che ha risposto. «No no... se lo tenga lei....». E ancora l’indagata: «Però adesso ascoltami bene...Giovanni ci deve andare lui a Catanzaro...il consiglio...deve parlare con questo che deve avvertire anche i clienti...senza parlare...senza parlare...senza parlare...va...muto che nella stanza non deve più parlare al telefono». La donna, comunque, avrebbe intenzione di parlare con i magistrati romani, e ciò potrebbe aprire nuovi scenari nell’indagine. Intanto gli atti d’indagine disegnano tutte le «criticità» legate alla gestione degli appalti. C’è l’irregolare utilizzo degli «accordi bonari», per esempio. Uno strumento che consente all’imprenditore che si è aggiudicato una commessa con un forte ribasso – così da sbaragliare la concorrenza – di aumentare i costi, così da vanificare quel risparmio ipotetico per la pubblica amministrazione dovuto al ribasso. Stando agli atti della procura, intrecciati con gli accertamenti di Anac, l’ente Anticorruzione presieduto da Raffaele Cantone, «questa procedura si connota per l’assoluta eccezionalità». Secondo l’ente «può celarsi l’abuso» dell’accordo bonario avallato attraverso una «certa complicità delle Stazioni appaltanti». In sostanza, è emersa una forte «relazione» tra il «ribasso (addirittura superiore al 20%) in sede di gara» e il ricorso «all’accordo bonario». Pertanto, ritiene Anac, «l’accordo bonario appariva strumentalmente usato dall’impresa per correggere la formulazione di offerte non pienamente ponderate in sede di appalto o, comunque, recuperare parte del ribasso offerto. In definitiva, dalle informazioni acquisite, l’Autorità individua chiaramente un uso improprio del procedimento». Altro spaccato, strettamente connesso ad Anas, riguarda invece la «presa d’atto», un documento dell’ente che ha consentito agli imprenditori siciliani Concetto Bosco Lo Giudice e Domenico Costanzo, di cedere «illecitamente» un appalto da 145 milioni di euro, vinto in precedenza con la loro società, la Tecnis spa, ad un’altra azienda, la Cossi costruzioni spa. Dietro l’operazione si cela, infatti, una tangente da 150mila euro che i due imprenditori pagano alla funzionaria Accroglianò, attraverso la mediazione dell’ex sottosegretario col Governo Prodi, Luigi Giuseppe Meduri. Stando agli atti, anche questo tipo di documenti, «la presa d’atto», può essere un modo per far ottenere a una impresa esclusa in sede di gara un appalto. Un modo, dunque, per aggirare la legge. Secondo gli stessi magistrati, infatti, «è evidente che la cessione del contratto (dell’appalto, ndr) implica di fatto un superamento dell’avvenuta aggiudicazione e, in ipotesi di comportamenti fraudolenti, potrebbe dare luogo a un aggiramento delle regole di evidenza pubblica, giungendosi ad assegnare all’amministrazione un contraente che la stessa non ha scelto. La "presa d’atto", pertanto, costituisce atti non conforme alle prescrizioni che la legge impone con riferimento a operazioni negoziali che comportino la cessione di un contratto con la pubblica amministrazione».
«Con gli antinfiammatori ci fa 2 giorni»
Così la «dama nera» chiamava le mazzette al telefono E dall’inchiesta spuntano altre presunte irregolarità nelle gare di appalto
