L’export agroalimentare: buone notizie e grandi sfide. A metà ottobre l’Istat ci ha dato buone notizie per il nostro commercio agroalimentare, con un flusso di esportazioni che nei primi otto mesi del 2015 ha continuato a galoppare, confermando gli ottimi andamenti degli ultimi due anni e superando quota 23 miliardi. Con questo dato, l’obiettivo del governo di raggiungere i 50 miliardi nel 2020 e 36 miliardi entro l’anno - che a molti era apparso come un esercizio di «wishful thinking» per iniettare ottimismo - diventa realistico. Un fattore importante di questo successo è stata la debolezza dell’euro sul mercato dei cambi e probabilmente ha contribuito anche la spinta della grande vetrina mondiale del Made in Italy costituita dall'Expo; ma il successo è davvero senza precedenti, se si considera che in questo stesso periodo si scontano gli effetti negativi dell'embargo russo che colpisce alcuni nostri prodotti e che comunque appesantisce i mercati alternativi, senza contare che già nel 2015 vi sono stati segnali di rallentamento della domanda mondiale di generi alimentari, associata alla frenata nei tassi di crescita di molte economie emergenti, prima tra tutte la Cina. Tutto questo suggerisce l’idea che il made in Italy possa essere meno vulnerabile di altri comparti rispetto alla riduzione o alla variabilità della domanda mondiale, giacchè è fatto da prodotti che, all’estero e specie nelle economie emergenti, sono richiesti da fasce di consumatori ad alto reddito, la cui spesa in cibo di qualità è meno influenzata dalla congiuntura economica. È noto, inoltre, come la domanda mondiale di made in Italy sia in larga misura "soddisfatta" (le virgolette sono d’obbligo) da prodotti che di italiano hanno poco o nulla e che usano il nostro Paese - talvolta anche in modo truffaldino - solo come richiamo commerciale: è il cosiddetto Italian sounding, che con i suoi circa 60 miliardi di euro va considerata come una opportunità più che una minaccia. In questo senso, oltre alle (e forse più delle) azioni contro la contraffazione, contro la quale è comunque necessaria una lotta senza quartiere, oltre alle azioni di demistificazione di ciò che a un consumatore estero può apparire made in Italy ma in effetti non lo è, si tratta di mettere in campo politiche di promozione "in positivo" dei nostri prodotti, per riuscire a soddisfare (stavolta senza virgolette) una domanda forte, solida e crescente. Su questo terreno è in atto una campagna concertata tra il Ministero delle politiche agricole e il Ministero dello Sviluppo economico orientata soprattutto negli Stati Uniti, dove l’Italian sounding è da sempre molto diffuso. Si tratta di azioni più che benvenute, anche nella loro capacità di mettere insieme competenze e autorità diverse, che certamente potranno contribuire a conquistare nuovi spazi di mercato per i nostri prodotti. È bene tuttavia sottolineare come le politiche di promozione non possono non accompagnarsi a politiche sul fronte dell’offerta. È chiaro, infatti, che ampliare gli sbocchi del "vero" made in Italy è solo un prerequisito, una condizione necessaria ma non sufficiente per assistere a un ulteriore aumento delle nostre esportazioni. Di fronte, infatti, a una crescita della domanda che si rivolge al nostro sistema agroalimentare, è poi necessario avere il prodotto in quantità sufficiente, rispondere agli standards richiesti dai canali commerciali esteri e dai traders, avere la logistica necessaria per la commercializzazione su lunghe distanze. Insomma, è necessario organizzare quello che gli addetti ai lavori definiscono un "sistema Paese", capace di riequilibrare e rendere più efficiente una filiera spesso dominata da alcune componenti a danno di altre, mettendo d’accordo i tanti interessi dei diversi attori che in essa agiscono, spesso apparentemente contrapposti. Si tratta di un’operazione tutt’altro che facile, ma è questa la vera sfida.
Frutta e verdura gioielli Made in Italy
L’agrolimentare vola all’estero Dall’export 23 miliardi in 8 mesi
