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Arrivano in trasferta da Castel Romano, il campo della scabbia

In trasferta dai campi nomadi di Castel Romano e Aprilia. La maggior parte dei zingari che battono i binari della stazione Termini provengono da questi due luoghi balzati agli onori delle cronache...

In trasferta dai campi nomadi di Castel Romano e Aprilia. La maggior parte dei zingari che battono i binari della stazione Termini provengono da questi due luoghi balzati agli onori delle cronache non solo per fattacci di cronaca nera ma anche di cronaca giudiziaria. È il caso di Castel Romano dove è scattata una vera e propria corsa contro il tempo per evitare un’epidemia di scabbia. Tutto ciò è accaduto da quando l’ospedale San Gallicano ha diagnosticato la malattia infettiva a 7 persone residenti nel campo di Castel Romano, uno dei grandi business della cupola romana di Carminati & Buzzi, e ridotto in condizioni igienico sanitarie devastanti. A lanciare l’allarme il servizio di Igiene e Sanità pubblica della Asl Roma C che ha subito scritto al sindaco e all’assessore alle Politiche sociali ma anche al prefetto e alla polizia municipale. La questione è tutt’altro che da sottovalutare. E per capirlo basta leggere l’oggetto della lettera firmata dal dg della Asl Roma C, Carlo Saitto: «Informativa sulle gravi condizioni igienico-sanitarie riscontrate del Campo nomadi di Castel Romano». La lettera è datata 28 settembre e racconta di un villaggio per nomadi non degno di una Capitale europea dove in ogni momento c’è il rischio che si inneschi un contagio difficilmente arginabile soprattutto con malattie infettive come la scabbia che hanno bisogno davvero di poco per essere trasmesse. Eppure in quel campo Buzzi «voleva più rom». Come si legge negli atti. È l’11 aprile 2014, quando Il presidente della coop "29 giugno" viene intercettato mentre istruisce un suo collaboratore sulla gestione dei campi nomadi e racconta di aver parlato dell’allargamento della struttura alle porte della Capitale a tavola con l’ex sindaco nel 2010: «Diciamo "caro Sindaco ci allarghiamo noi a Castel Romano perché c’abbiamo lo spazio"». Secondo i pm qui si sarebbero incrociati gli interessi di un altro clan: quello dei Casamonica. Luciano Casamonica a Castel Romano, secondo quanto scrivono i pm nell’ordinanza di custodia cautelare, aveva un ruolo preciso, quello del mediatore culturale: «Il territorio in esame (...) rientrava in quello in cui era maggiore la permeabilità all’influenza del clan Casamonica, senza contare la natura della popolazione (nomade) con cui il sodalizio del Carminati si sarebbe dovuto relazionare. Per tali motivazioni, l’organizzazione si avvaleva del supporto fornito dal clan presente in quel contesto, in modo da tenere sotto controllo le problematiche che sarebbero potute sorgere nel rapporto con i nomadi. In particolare, il sodalizio si avvaleva dell’opera prestata da Casamonica Luciano» che «a fronte del sostegno prestato aveva ricevuto un corrispettivo di circa 20mila euro al mese».

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