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L’uomo che caccia i fantasmi mafiosi Cortese: "È come giocare a scacchi"

Parla il direttore del servizio centrale operativo

«Bisogna diventare uno di famiglia, starci assieme senza essere lì presente. Bisogna capire come parlano i loro protettori, che senso intendono esprimere quando usano certe espressioni, conoscerli così a fondo da tentare di discernere pure i momenti di sconforto, se veri o inscenati per sviare le indagini». È una parte saliente della complessa formula magica usata per dare la caccia ai latitanti. Ci sono molti ingredienti di testa e qualcosa in più. Di anima, per frugare dentro le emozioni altrui e provare a decifrarle. A rivelare il sortilegio è un poliziotto che di fuggiaschi se ne intende. È Renato Cortese, 49 anni, da pochi mesi direttore del Servizio centrale operativo, punta di diamante investigativa della polizia. Per anni ha braccato i "fantasmi" del crimine organizzato e li ha tirati fuori dall’ombra dove si nascondevano. Come il capo dei capi della mafia Bernardo Provenzano, "Binnu u' Tratturi". È finito in manette dopo 43 anni di latitanza e una ricerca che si è conclusa nell’aprile 2006 in una masseria nelle campagne di Corleone, in Sicilia.     Insomma Cortese, si gioca una partita a scacchi in cui si aspetta l’errore dell’altro? «Già, una partita a scacchi».     Qual è la prima mossa da fare? «Cercare di ricostruire la rete di rapporti del latitante. A parte i parenti, ci sono persone che conoscono il boss e lo fiancheggiano, lo assistono, sono custodi della sua volontà e la eseguono».     La successiva? «Si fanno accertamenti patrimoniali, catastali. Si cerca di capire chi sono gli uomini titolari della sua ricchezza. Risorse economiche delle quali il latitante ha assoluto bisogno, perché i soldi sono necessari per mantenersi, muoversi e nascondersi».     È così per tutti i mafiosi in fuga? Chi è ricercato deve comunque rimanere in zona, altrimenti per i suoi compari non conta più niente? «Non è una regola fissa. In genere è così per il mafioso siciliano: deve conservare un rapporto stretto con il territorio, sennò rischia di perdere la presa di paura e rispetto che esercita».     E per gli altri criminali, stessi obblighi, stessa strategia di gioco? «Possono esserci delle variabili. Per esempio, alcuni latitanti calabresi sono stati presi all’estero, dove evidentemente hanno esteso i loro interessi e perciò non devono rispettare il vincolo territoriale dei siciliani. Nel marzo 2009, in un anonimo appartamento di una palazzina a tre piani di un sobborgo di Amsterdam, in Olanda, è finita la latitanza di Giovanni Strangio, all’epoca trentenne, accusato della strage di Duisburg, in Germania, il giorno del Ferragosto 2007» (in cui furono uccise sei persone della cosca Pelle-Vottari).     I camorristi? «Sono un po’ diversi. È vero, nel maggio scorso, dopo 31 anni di fuga Pasquale Scotti è stato trovato in Brasile. Ma pare che lui davvero avesse cambiato vita e tagliato con il suo passato criminale di cutoliano. "Lo Scotti che cercate è morto nell'84", ha detto il giorno del suo arresto. Però è tutto da verificare».     E il trapanese Matteo Messina Denaro, ritenuto il nuovo capo di Cosa nostra, l’erede? Vi dà filo da torcere. «Stiamo lavorando. C'è una grande collaborazione con le Squadre mobili siciliane e i carabinieri del Ros. Puoi dirci molto sul periodo stragista della mafia, come le autobombe a Roma, Firenze, Milano nel ’93».     Vale sempre la stessa regola, di aspettare che l’avversario commetta il primo errore, scriva il pizzino sbagliato avvolto nel nastro adesivo? «Il gioco è sempre lo stesso. Ma abbiamo a che fare con persone che conoscono anche i rami degli alberi e si accorgono di ogni piccolo cambiamento del paesaggio».     Una caccia con molti pericoli. «Per il latitante pure un pastore può essere fonte di informazioni. Può riferire che passando di lì, un posto che conosce da anni e dove da sempre porta le pecore a pascolare, ha notato un cambiamento, un particolare che prima non c’era e così possono andare in fumo anni di lavoro».     Si riferisce alla presenza di telecamere e microspie che deve essere discreta e invisibile? «La tecnologia fornisce un contributo importante alle indagini. Ma non è tutto. Le informazioni vanno interpretate. E questo può fare la differenza».

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