Sotto processo per la morte di 13 dipendenti causata dall’amianto-killer nella Olivetti di Ivrea e per la malattia che ha straziato la vita di altri due. Ieri il gup di Ivrea Cecilia Marino ha rinviato a giudizio il patron del gruppo editoriale L’Espresso ed ex presidente dell’azienda Carlo De Benedetti, l’ex amministratore delegato dell’Olivetti Roberto Colaninno, e l’ex banchiere Corrado Passera, in passato anche lui ad dell’azienda. Tutti e tre sono ritenuti responsabili per il “talco assassino” utilizzato nella fabbrica per macchine da scrivere e calcolatori dal 1963 al 1996, anni in cui gli imputati eccellenti (17 in tutto fra presidenti, amministratori e dirigenti della società) si sarebbero macchiati di reati che vanno dall’omicidio colposo alle lesioni colpose (Colaninno dovrà rispondere di un solo caso di lesioni). A processo anche Franco De Benedetti, fratello di Carlo, mentre per i figli Rodolfo e Marco il giudice ha deciso di non procedere, così come per altri nove indagati. Secondo la procura alla Olivetti si lavorava con l’amianto, presente non solo in una fibra utile ad assemblare gomma e metallo ma anche nelle strutture edilizie utilizzate per rivestire pareti e soffitti e per isolare le fonti di calore. Per anni gli operai sono venuti a contatto con questo materiale che hanno provocato in molti casi malattie gravissime come il terribile mesotelioma pleurico. Già nel 2013, nel condannare a sei mesi di carcere, in un’inchiesta parallela, Ottorino Beltrami, ex ad dell’Olivetti (morto prima della sentenza definitiva), i giudici hanno scritto che nello stabilimento di San Bernardo a Ivrea (Torino) erano stati «violati i principi basilari della sicurezza e igiene del lavoro» e poi sottolineato che alla Olivetti si sapeva «della pericolosità degli agenti chimici» utilizzati durante la lavorazione. Ciò anche sulla base delle testimonianze dell’allora responsabile servizio ecologia della Olivetti, il quale ha riferito di avere «appreso dell'utilizzo in azienda del talco per lubrificare i rulli di gomma delle macchine per scrivere», e del responsabile del laboratorio chimico, che ha analizzato il talco «accertando la presenza dell'amianto» e suggerito di «non utilizzarlo più». Per i giudici «la normativa sugli aspiratori» è stata «completamente dimenticata per decenni dal datore di lavoro». Poco dopo quella prima sentenza, l’ingegnere De Benedetti, già indagato, si è prima dichiarato «totalmente estraneo ai fatti contestati», per poi definirsi «fiducioso sull’esito delle indagini» e rispettoso «degli operai e delle loro famiglie«. La sua fiducia nasceva dal fatto che, come disse il suo portavoce, «la realizzazione delle strutture oggetto di indagine precedeva di diversi anni l’inizio della sua gestione alla Olivetti» e perché «nel periodo della permanenza in azienda, l'Olivetti ha sempre prestato attenzione alla salute e alla sicurezza dei lavoratori, con misure adeguate alle normative e alla conoscenze scientifiche dell’epoca». Certezze non condivise dai magistrati. Nel settembre del 2014 il procuratore di Ivrea Giuseppe Ferrando ha parlato di «carenze nella prevenzione», puntando il dito sul ritardo col quale l’azienda ha affrontato il pericolo amianto. Quando, pochi mesi fa, le indagini sugli “indagati eccellenti” sono state chiuse, rendendo solida la possibilità di un rinvio a giudizio, De Benedetti è tornato a ribadire «con forza la propria totale estraneità ai fatti», per poi dirsi certo che, dopo l’indagine condotta dai pm, il giudice avrebbero «chiarito singoli ruoli e specifiche funzioni» svolte nell’azienda. Per il momento il gup gli ha dato torto.
Amianto all’Olivetti, De Benedetti a processo
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