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"Chi prese Yara conosceva la zona"

L' ex capo della squadra mobile, oggi capo di gabinetto della questura di Venezia, ricostruisce al processo come si è arrivati a Bossetti, unico accusato per l'omicidio della 13enne

Il processo a Massimo Bossetti per l'omicidio di Yara Gambirsio è ripreso questa mattina. Come nella scorsa udienza, vengono ascoltati gli investigatori: stavolta è il turno di Gianpaolo Bonafini, oggi capo di gabinetto della questura di Venezia e all'epoca dei fatti capo della Squadra mobile di Bergamo. Bonafini ha ricordato l'inizio delle indagini subito dopo il ritrovamento del corpo nel campo di Chignolo e ha soprattutto ricostruito come si è arrivati a Bossetti. Le indagini partirono da 800 dipendenti delle 14 aziende nei pressi del campo, nella convinzione che chi aveva scelto quel terreno per abbandonare il cadavere conoscesse la zona, non facilissima da raggiungere. Poi si passò alla vicina discoteca Sabbie Mobili, di cui furono analizzati i 31 mila clienti tesserati arrivando a una rosa di 476 che furono sentiti come testimoni e ai quali fu prelevato il Dna. Il 21 ottobre del 2011 la Polizia scientifica comunicò che uno dei Dna aveva un "aplotipo Y uguale a quello trovato sugli slip" di Yara. Si trattava di Damiano Guerinoni, che però nei giorni dell'omicidio era all'estero. Da lui si risalì a un suo lontano parente, Giuseppe Guerinoni, risultato infine essere padre naturale di Massimo Bossetti.

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