«Oggi io, ho aperto e dopo un par d’ore è venuto quello, l’acquirente, era casa mia ormai, io ero come la Tecnocasa: questo è il bagno, questa è la cucina, questa è la camera. Te lo giuro Tiziano, ’na cosa troppo bella». Sembra l’esultanza di un novello agente immobiliare che ha piazzato un buon colpo e invece siamo di fronte al senso di indolente compiacimento di fronte all’ennesima occupazione «su commissione» andata a buon fine. Hanno tratti da teatro dell’assurdo le intercettazioni sull’indagine che è costata il processo (partito nei giorni scorsi) a una trentina di personaggi che, tra le altre cose, erano riusciti a lanciarsi nel lucroso business delle case occupate in previsione di una vendita al disperato di turno. Il meccanismo smascherato dalle indagini era semplice e collaudato, tanto che sono una trentina i casi ipotizzati dalla procura capitolina finiti nel dibattimento. Case che nella maggior parte delle volte appartenevano ad un ente pubblico. Inps e fondo Enasarcoi bersagli più ambiti anche perché - scrivevano i pm nella richiesta di custodia cautelare- appartenendo gli appartamenti a enti pubblici «vi sarebbe stata una reazione meno tempestiva e risoluta da parte del proprietario una volta emerso l’illecito ingresso negli immobili». UNA DONNA AL COMANDO A capo di questa banda di presunti occupatori abusivi siede Anna Repichini che trova gli appartamenti e indirizza il resto del gruppo (tra loro, come braccio destro del capo, la figlia Sonia Arancio che sfrutta per le occupazioni di cui si occupa personalmente, anche la disabilità di uno dei figli) nell’intricato sistema di occupazione conto terzi. Secondo gli inquirenti il gruppo era in grado di conoscere l’ubicazione di una serie di appartamenti sfitti (sulla Tuscolana, a Ostia e in altre zone della Capitale) occupati con due modalità: i fruitori, con l’appoggio degli imputati, arrivavano sul posto con il fabbro che sfondava e riaggiustare la porta d’ingresso. Oppure erano gli stessi appartenenti al gruppo che sfasciavano la porta e occupavano la casa che poi cedevano al migliore offerente. I LEGAMI CON L’AGENZIA Ma se il gruppo guidato da Repichini andava (quasi) sempre a botta sicura, occupando case che nessuno probabilmente avrebbe rivendicato con forza, parte del merito, sostengono i giudici, era di Giovanna Sinacore «impiegata dell’Agenzia delle entrate, cui Repichini si rivolge per ottenere visure catastali degli immobili di cui le fornisce l’indirizzo». E lei, secondo l’accusa, il cavallo di troia per ottenere le informazioni utili per le occupazioni. Poi ripagata con «regalie, a compenso delle consultazioni dall’impiegata effettuate dalle banche dati dell’ufficio presso cui presta servizio». Il gruppo guadagna bene con le occupazioni (anche 10 mila euro) e con le promesse di sanatoria sulle occupazioni che venivano, ovviamente, pagate dagli occupanti finali. E poi, viene fuori dalle intercettazioni, c’è anche l’eccitazione nel fingersi agenti immobiliari: «tre stanze da letto, un salone enorme, cucina grande e due bagni - dice una degli indagati all’acquirente occupante - bella, bella, a te te famo il prezzo bono ma non fa passà troppo tempo, sennò quella va via subito».
Okkupazioni da agenzia immobiliare
Case degli enti assaltate con le visure catastali all’Agenzia delle entrate Gli imputati si vantano degli affari al telefono: "Io ero come la Tecnocasa"
