Essere un paladino dell’antimafia è sempre una garanzia di onestà? O non nasconde talvolta quel cinico professionismo denunciato da Leonardo Sciascia in un articolo sul Corriere della sera del 10 ottobre 1987? Oggi Sciascia si troverebbe addirittura in compagnia di Leoluca Orlando. L’ex sindaco di Palermo solo qualche giorno fa dichiarava in un’intervista tutto il proprio disprezzo per i professionisti dell’antimafia: «Penso a persone che si sono autoproclamate paladini dell’Antimafia come Antonello Montante (accusato di riciclare addirittura i soldi di un imprenditore considerato il prestanome di Matteo Messina Denaro, ndr), che è stato delegato della legalità di Confindustria nazionale, o come l’ex presidente della Camera di Commercio di Palermo Roberto Helg (...)”. L’impressione, dopo la scoperta dell’ennesimo scandalo sulla gestione dei beni confiscati alla mafia (favoritismi incrociati, assegnazioni di consulenze, assunzioni di figli di magistrati ecc.), che per la prima volta ha coinvolto ben quattro giudici in un solo colpo, compreso un ex consigliere togato del Csm, è che il sospetto e il dubbio su chi si autoproclama eroe della lotta a Cosa Nostra o alla camorra stia ormai diventando la regola. E avere esagerato, come fece l’attuale ministro dell’interno Alfano nel 2012, nell’appoggio a persone finite nelle indagini sul riciclaggio dei soldi di Matteo Messina Denaro, leggi Antonello Montante, vice presidente di Confindustria Sicilia che voleva dare il rating anti mafia agli imprenditori virtuosi, produce effetti tragicomici. Come quello della manina che cancella dal blog del ministro la dichiarazione troppo impegnativa a favore di Montante ma poi si dimentica di togliere anche il post sul social network Google più. Un post traboccante quella retorica che adesso qualcuno vorrebbe finalmente stigmatizzare: «L’iniziativa del vice presidente nazionale di Confindustria, Antonello Montante, di attribuire un rating più alto alle imprese che rifiutano ogni contatto con le mafie è un modo concreto di fare antimafia. Per questo, offriamo il nostro contributo affinché la proposta possa essere al più presto realizzata». In questi mesi si è visto di tutto: oltre a quello di Montante, ad esempio, c’è sempre in Sicilia, il caso di Roberto Helg, per anni a capo della camera di commercio di Palermo, accusato di avere preteso tangenti persino per mettere a disposizione spazi commerciali all’aeroporto intitolato a Falcone e Borsellino. Mentre in Campania è finita sotto inchiesta la presidente della commissione regionale Monica Paolino per voto di scambio. E in Calabria, qualche mese fa, finì sulla prima pagina del Corsera la storia di un’altra paladina antimafia, Rosy Canale, nei guai con l’accusa di essersi appropriata dei soldi della propria associazione per fare la bella vita tra macchine e vestiti. Se a questo non esaltante quadro aggiungiamo anche le liti interne, gli odi, i risentimenti dei parenti delle vittime di mafia, oltre alle lotte fratricide tra carabinieri e magistratura, alle botte da orbi fra componenti di più «associazioni» si capisce bene perché le profetiche parole di Sciascia oggi vengano fatte proprie persino da chi lo aveva sempre avversato in vita.
Fine del professionismo antimafia
Essere un paladino dell’antimafia è sempre una garanzia di onestà? O non nasconde talvolta quel cinico professionismo denunciato da Leonardo Sciascia in un articolo sul Corriere della sera del 10...
