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"Hanno scritto fine una volta per tutte"

L'intervista a Francesco Maresca, l'avvocato che assiste la famiglia di Meredith Kercher

Forse se le aspettava, Francesco Maresca, queste motivazioni. L’avvocato che assiste la famiglia di Meredith Kercher non ha accusato il colpo. Ha rilanciato anzi, ma senza usare toni aspri. Con la quieta rassegnazione di chi sa che c’è poco da fare. Togliendosi qualche sassolino dalle scarpe, ma evitando teatralità. In questi anni Maresca ha mostrato carattere e ha fatto un buon lavoro, usando un linguaggio nitido e in alcuni casi estremamente efficace. Ha tenuto un basso profilo per scelta: non aveva un incarico facile, gliene va dato atto. Non sono mai incarichi facili quelli che miscelano l’indagine con l’interesse mediatico internazionale. Ha passato parte del pomeriggio di ieri a studiare le cinquantadue pagine che racchiudono le motivazioni della sentenza. Ha voluto farlo con calma, prendendosi il tempo per riflettere. E quando ha risposto alle domande della stampa, non ha dosato le parole. Ha esposto la sua teoria, come ha fatto finora. Nel tardo pomeriggio di ieri non aveva ancora potuto mettersi in contatto con la famiglia della ragazza uccisa a Perugia, ma contava di riuscirci entro la sera.     Le motivazioni della sentenza di Cassazione che ha assolto Knox e Sollecito sono un brutto colpo per la famiglia Kercher. Che effetto hanno avuto su di lei? «Queste motivazioni esprimono semplicemente ma in modo molto evidente la volontà di mettere la parola fine in qualunque modo al caso giudiziario, sono la ripetizione scolastica della sentenza. I giudici ritengono di non dover prendere in considerazione i dati scientifici relativi alle impronte sul gancetto del reggiseno della vittima e sul coltello trovato in casa di Sollecito. Ma lo fanno in maniera obsoleta. Dicono cioè che non sono validi perché non ripetuti. Sono motivazioni che non dicono nulla di nuovo. Non c’è una nuova lettura del caso, che andava fatta. C’è solo la necessità di chiudere, definitivamente. Non si giustifica in altro modo l’annullamento totale di quanto precedentemente deciso da cinquanta giudici. I giudici cioè che hanno ritenuto colpevoli Amanda Knox e l’ex fidanzato in due gradi di giudizio. Non si tratta di motivazioni severe, solo di motivazioni che devono inserire un punto che metta fine a tutto».     C’è un solo condannato, Rudy Guede. Condannato con l’accusa di «concorso in omicidio». Quindi ha avuto uno o più complici, ma di chi si tratta? «Mister "X", il o i complici di Rudy Guede resteranno sconosciuti, perché il caso è chiuso e non c’è la volontà di rileggerlo daccapo. Solo il reato per il quale è stato condannato Guede apriva un altro scenario che andava approfondito».     Quali sono i buchi neri di questa indagine? «Tanti, troppi direi. Dagli alibi forniti da Raffaele Sollecito per la sera del delitto, alla simulazione di un furto, ai movimenti dei due, alle incongruenze nei loro comportamenti, negli atteggiamenti, alle tante bugie».     C’è ancora spazio per una nuova verità? «Direi proprio di no, a questo punto».     Questa sentenza così categorica. Chi accontenta? Solo i due processati? «In molti c’è stata l’idea di una forte imposizione statunitense, ma io spero, anzi sono certo che i giudici non siano stati condizionati da alcuna cosa tranne che dalle carte in loro possesso. In ogni caso le pressioni relative a questo percorso giudiziario sono state parecchie. Anche perché un Tribunale sconfessava l’altro, la vicenda stava andando troppo per le lunghe e in maniera incongua».

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