È psicosi? Saranno timori concreti? Un fatto però è certo: i romani hanno paura dell’Isis. Lo stato islamico che da mesi minaccia il Vaticano e la Capitale è comunque riuscito a non far vivere più tranquilli i cittadini. Una volta al giorno un romano denuncia la presenza di personaggi sospetti davanti casa, nella metropolitana, nel palazzo vicino e al bar. Complice anche la televisione, che in questo periodo sta diffondendo continuamente immagini di decapitazioni, attentati nelle città europee e luoghi di villeggiatura o sequestri di italiani che lavorano all’estero per mano dell’Isis, in tanti rivedono quei volti nelle persone che incontrano nella loro quotidianità. Hanno l’impressione di vedere seduto accanto a loro un presunto jihadista. Di qui parte la corsa a segnalare l’allarme alle forze di polizia o alla magistratura. Nella maggior parte dei casi si tratta di segnalazioni, quelle che arrivano negli uffici dell’Antiterrorismo della procura di Roma, che fanno riferimento a persone di religione musulmana. Quindi soggetti ritenuti «sospetti», da tenere sotto controllo e di cui non fidarsi. Ai romani ormai basta infatti vedere una donna con il velo in testa, un uomo con la barba lunga o con il turbante, per gridare subito al pericolo. A piazzale Clodio, infatti, centinaia di denunce, se ne conta una al giorno. Tutte vengono vagliate dagli inquirenti, nessuna può essere lasciata al caso. Dietro ogni segnalazione può infatti nascondersi un elemento utile alla procura per identificare e semmai bloccare un possibile attentatore per la città eterna. Alcune denunce, comunque, arrivano anche dalla provincia di Roma, poiché per questo tipo di reati la competenza è della procura di Roma. Una prima scrematura sull’attendibilità della denuncia viene fatta sulla base di quante volte il singolo deunciante avvista la persona che considera sospetta. Se l’incontro è avvenuto una sola volta, magari sulla metro o sul bus, o per strada, gli inquirenti danno meno attindibilità alla segnalazione. Questo perché non si è avuto il tempo materiale per immagazzinare le informazioni visive e confrontarle con l’archivio mentale di immagini raccolte guardando la tv. Il discorso cambia se invece gli incontri sono frequenti, magari il presunto jihadista frequenta lo stesso bar o è il vicino di casa che accolto in casa il parente proveniente ad un paese arabo. In questo caso viene data molta più credibilità alla segnalazione, perché il cittadino ha avuto la possibilità di metabolizzare i tratti somatici della persona sospetta. Oltre alle segnalazioni dei cittadini, l’intelligence segue con attenzione anche l’arrivo dei profughi in Italia con i barconi. E conosce anche i nomi delle tribù libiche, ad esempio, che gestisocno il traffico di immigrati: Tebu, Al Megarha, Misurata e Awlad Sliman. Anche i terroristi dell’Isis, infatti, sono entrati nel business da quasi un anno. Trafficanti di morte e di jihadisti che si infiltrano tra i disperati per mettere piede in Europa. L’Antiterrorismo è sulle tracce di alcuni gruppi che sono approdati nel nostro Paese per consentire allo Stato islamico di posizionarsi sul territorio, organizzare azioni e reclutare nuovi mujiaheddin. Due facce della stessa medaglia, dunque, che hanno in comune la Libia, dove il caos nel quale è sprofondato il Paese consente alle varie fazioni e alle bande di contrabbandieri di smistare in Occidente gente in cerca di un futuro dignitoso, ma anche terroristi.
Isis, a Roma una denuncia al giorno
I cittadini segnalano in procura la presenza di "sospetti" sotto casa o al bar. "Nel mirino" dei romani soprattutto chi indossa il velo o ha la barba lunga
