Sull’uccisione dell’ex parlamentare Enzo Fragalà, il penalista ammazzato a Palermo a colpi di bastone nel febbraio del 2010, le indagini della magistratura sono finite sempre con un buco nell’acqua. Ora spuntano nuovi elementi basati su intercettazioni telefoniche, un incontro sospetto fra due boss mafiosi e soprattutto il coinvolgimento di un nuovo "picciotto" di piccolo calibro che avrebbe partecipato all’aggressione, il cui nome rimane segreto. Per capire come e perché i recenti indizi potrebbero rivelarsi decisivi, occorre fare un passo indietro. Dopo aver escluso la responsabilità dei primi sospettati, l’attenzione dei magistrati si è soffermata sulla pista passionale. Nel novembre del 2011, infatti, una pentita, Monica Vitale, racconta agli investigatori che Fragalà sarebbe stato punito per aver tenuto un comportamento poco rispettoso verso la moglie di un boss, cliente dello stesso legale. Il marito della donna, per vendicarsi, avrebbe indicato alla consorte a quale porta bussare per dargli una lezione. Ad ordinare la spedizione punitiva sarebbe stato il presunto capo mandamento di Porta Nuova, Tommaso Di Giovanni. Ad eseguirla due suoi uomini. Ma la pista si rivela fallace. Due anni dopo, nel luglio del 2013, finiscono in carcere tre presunti killer, due dei quali affiliati alla mafia: Francesco Arcuri, Salvatore Ingrassia e Antonio Siragusa. Anche in questo caso saltano fuori le prove che li scagionano. La svolta arriva il 5 giugno scorso, quando un nuovo pentito, Francesco Chiarello, ex estortore del clan mafioso di Borgo Vecchio, mandamento di Porta Nuova, rivela di aver preso parte alla fase preparatoria dell’aggressione e ribadisce la responsabilità di Arcuri, Ingrassia, Siragusa e del presunto mandante, Di Giovanni. Ma è ad agosto che, sulla base delle parole di Chiarello, l’indagine, come riporta il quotidiano Livesicilia, si arricchisce di nuovi dettagli. Pochi giorni fa, infatti, due boss mafiosi vengono sorpresi in compagnia. Si tratta di Gregorio Di Giovanni, nel 2010 reggente del mandamento di Porta Nuova, e dello stesso Arcuri. I due s’incontrano pur sapendo che, essendo sorvegliati speciali, non si sarebbero potuti parlare. Hanno forse da dirsi qualcosa su quanto sta rivelando il nuovo pentito? A ciò si aggiungono due conversazioni captate dagli inquirenti. La prima è del luglio 2013, una settimana dopo l’arresto di Arcuri, Ingrassia e Siragusa. L’argomento è l’assassinio del penalista. Giovanni Di Giacomo chiede al fratello Giuseppe: «Ma non è che sono stati quelli del Borgo?». La risposta è affermativa. Poi ancora una domanda: «Ma tu pensi che Spitino (soprannome di Gregorio Di Giovanni, ndr) non sa niente?». In questo caso la risposta non arriva. Nella seconda conversazione del gennaio 2014, Giovanni Di Giacomo parla dei tre presunti killer arrestati: «Questi picciutteddi che fino hanno fatto?», ma poi sposta il tiro verso altri: «Ma con gli altri picciutteddi?». Il fratello Giuseppe lo tranquillizza: «A posto, a posto». Giovanni insiste: «Ma pure... ma pure sono immischiati?», e l’altro fratello, Maurizio, annuendo col capo, risponde: «No...pure…lo vedi...non senti niente... belli tranquilli». Fra gli altri "picciutteddi", si cela forse il volto del nuovo sospettato?
Due boss per l’omicidio Fragalà
Spunta una nuova ipotesi sull’omicidio dell’ex parlamentare siciliano di An Scartata la pista «passionale» i pentiti portano a una ritorsione mafiosa
