Attualità

I boss non sono eroi, neanche per fiction

Le serie televisive hanno trasformato i mafiosi in personaggi mitici. Ma gli esempi sono coloro che quotidianamente rischiano la vita

U na società di falsi miti ed eroi negativi che cerca figure di riferimento e le ritrova in personaggi che nulla hanno di mitico. E spesso, in questa odierna società della comunicazione veloce, masticata e poi sputata, spuntano gli eroi negativi. Figure che i giovani raccolgono a piene mani come esempi, magari da fiction da cui promana tutto il negativo possibile. «Bisogna sempre parlare di mafia, ma bisogna parlarne nel modo giusto per non creare falsi miti». Affermava l’allora Procuratore Nazionale Antimafia, Pietro Grasso, oggi presidente del Senato. Si, parlarne sempre ma non confondendo mai i ruoli di chi sceglie di essere nel campo giusto e chi, invece, nel campo sbagliato. Un grande ruolo lo esercitano i mezzi di comunicazione, a maggior ragione televisivi, che rischiano con fiction – tipo Capo dei capi , Squadra antimafia o L’onore e il rispetto - di sbaragliare i buoni e mitizzare i cattivi. Un messaggio offerto agli adolescenti che diventa non d'impegno ma di disimpegno sociale. Così, in tutto questo marasma di ruoli e mode, avanzano nell’imaginario collettivo, come nuovi modelli da emulare, mafiosetti da strapazzo a cui era stato promesso successo ed onore e che, invece, si sono ritrovati in una cella senza successo e senza onore. Ancor peggio quando tali modelli diventano anche un "business", con la vendita di prodotti e gadget che, richiamando simboli di mafia, diffondono la cultura dell’illegalità. Contro questo mal costume, soprattutto nelle regioni del sud, Radio 100 passi, l’erede di Radio Aut di Peppino Impastato, ha lanciato una petizione sulla piattaforma online change.org, raccogliendo in pochissimi giorni migliaia di firme. Una società troppo "liquida"(Zygmunt Bauman insegna) che confonde la storia anzi, a volte la storia la si capovolge completamente, ed in questa – pericolosissima – mutazione dei fatti può accadere di tutto. Può accadere che i mafiosi diventino modelli che entrano nella quotidianità di giovani e famiglie sedute davanti alla tv. Può accadere che le famiglie dei "morti ammazzati" di mafia vedano i propri aguzzini diventare eroi e i propri familiari cadere nel dimenticatoio delle grigie pagine di storia. Tutto ciò deve indignare per evitare che accada. L’indignazione dei fatti e non delle parole. Uno "sciopero bianco" verso chi vuole, per incompetenza, stupidità o dolo, sovvertire la storia e le sofferenze dei familiari di chi, magari, purtroppo non c’è più. Nei confronti di chi vorrebbe elevare persone come Giovanni Brusca al rango di uomini d’onore, dimenticando che è stato l’uomo (senza onore) che ha sciolto nell’acido il piccolo Giuseppe Di Matteo o schiacciato il telecomando che fece saltare in aria chilometri di autostrada a Capaci, spezzando le vite di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e dei tre agenti di scorta (Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro). Siamo tutti antropologicamente più attratti dal male che dal bene, ma basterebbe fermarsi un attimo per capire la menzogna sulla quale le mafie costruiscono le proprie fortune: gli inganni del successo. Basterebbe così far conoscere realmente il finale della stragrande maggioranza delle storie di mafia, ovvero il carcere (duro) a vita per i condannati, la morte violenta di molti, le donne che restano vedove o che perdono i propri figli. Perché la mafia non è affatto una bella storia da copiare, profumata di successo e potere, ma una tragedia collettiva. Attenzione al modello "usa e getta" delle fiction. Nulla da dire sul Commissario Montalbano che ristabilisce i valori reali, così come la Piovra che poneva Cattani sopra ai "mezzi uomini" che lottava. Gli eroi, quelli veri, troppo spesso bistrattati e mal pagati, sono quelle donne e quegli uomini che indossando una divisa, cercano di garantire la sicurezza dei cittadini e la loro vita. Personaggi che dovrebbero tornare al centro della scena e non essere marginali come spesso avviene. Persone che nel quotidiano rischiano la vita o che muoiono facendo il proprio mestiere e che devono essere considerati – a pieno titolo - eroi civili. Il pensiero non può che andare a Pasolini ed alla sua controversa poesia, Il Pc ai giovani , scritta però in un momento storico assai diverso per banalizzarne un parallelismo. Eroi che, va detto, non hanno bisogno di diventare "Ultimo" per essere tali. Che preferiscono rimanere nell’anonimato di un bambino salvato o di una strage evitata. Eroi che usano, non solo come motto, «obbedir tacendo». Che non passeranno alla storia con i loro nomi o cognomi ma con le loro azioni, quelle sì.

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