L’editoriale

Capezzone: Giuseppi & co, i professionisti del buco

L’editoriale del direttore

Ma guarda. Se n’è accorto solo Il Tempo, ieri, come al solito. Esce la relazione del Mef sulla lotta all’evasione e alle pagine 11-12, con grafici che non ammettono appello, viene fuori che gli anni flop del contrasto al sommerso sono quelli di Giuseppe Conte a Palazzo Chigi. La curva va in picchiata già nel 2019. Prima del Covid. Prima delle scuse. Prima del «non si poteva fare». Un piccolo dettaglio, certo: ma fastidioso, per chi ha passato anni a raccontare la favola della destra amica degli evasori. Perché la retorica, si sa, è elastica.

La sinistra colpevolizza gli autonomi, appiccica alla destra l’etichetta di complice del nero e costruisce su questo i talk show. Poi apri i numeri e scopri che a stoppare il contrasto era Giuseppi. Quello del «ce la faremo». Quello dei dpcm a getto continuo. Quello che, a sentirlo, avrebbe dovuto incarnare la virtù fiscale e invece ha lasciato il sommerso a fare il suo corso, con la curva che scendeva mentre la propaganda saliva. La realtà, per chi non vive di slogan, è più semplice e meno televisiva. La vera lotta all’evasione, per un liberale, non si fa con la caccia all’uomo e con il fisco che diventa polizia morale. Si fa abbassando le tasse. Se il cittadino sente che il prelievo è tollerabile, la propensione a pagare aumenta. Se invece lo Stato chiede troppo, promette tutto e consegna poco, il nero non è un vizio antropologico: è una reazione. Elementare. Talmente elementare che in certi ambienti viene trattata come eresia.

E invece che fa la sinistra? Il solito gioco. Tasse alte, per principio. Sussidi a go go, per clientela. Buco del Superbonus, da manuale di contabilità creativa. Buco nel contrasto al sommerso, da relazione ministeriale. Stato onnipresente e assistenzialismo diffuso: Sudamerica puro. Hanno già applicato questa ricetta velenosa. È la stessa che hanno in mente per il prossimo giro. Moralizzare gli altri, spendere i soldi di tutti, e poi stupirsi se i conti non tornano. Il punto non è nemmeno Conte, che in fondo è stato il simbolo perfetto di una stagione. Il punto è l’abitudine. Si predica il rigore e si pratica il buco. Si indica il dito contro l’autonomo e si chiudono gli occhi sul proprio bilancio. Poi, quando i grafici smentiscono la predica, si spera che se ne accorga solo un giornale. Il nostro.

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