l’editoriale del direttore

Capezzone: Terza Repubblica e sinistra nervosa

L’editoriale del direttore

Ci sono due modi di esaminare una legge elettorale. Il primo, adatto a politici di mestiere, aspiranti candidati e, inevitabilmente, a giuristi e costituzionalisti, consiste nello spaccare il capello in quattro, vivisezionare ogni comma, inseguire le tecnicalità. Il secondo modo è più consono a chi vota e, soprattutto, a chi prova a guardare un po’ più lontano. In questa chiave, la legge approvata ieri è decisamente buona: imprime al sistema una spinta fortemente bipolarizzante. O di qua, o di là.

Certo, ognuno resta libero — ci mancherebbe — di votare anche per «terze», «quarte» o «quinte» forze. Ma lo scontro vero, quello valorizzato dal meccanismo, sarà tra i due schieramenti che si contendono il governo. La domanda chiave diventa questa: chi volete mandare a Palazzo Chigi la prossima volta? Ed è qui che entra l’indicazione del candidato premier, prevista dalla legge.

Incredibilmente, nei giorni scorsi, Massimo D’Alema ha definito questo meccanismo «una trappola della destra». Ecco, ci vuole un certo coraggio per sostenere, senza scoppiare a ridere, un’enormità simile. In qualsiasi Paese dell’Occidente avanzato, il minimo sindacale è far sapere agli elettori chi si manderebbe a guidare il governo. Solo da noi questa esigenza elementare viene presentata dalla sinistra come un affronto, quasi un attentato alla democrazia. La realtà è più prosaica, e meno nobile. Il meccanismo scombina il giochino che i compagni avevano in mente: una campagna simil-resistenziale, tutti contro una, la ripetizione dello schema già sperimentato sul referendum giustizia. Invece la piccola, banale richiesta di indicare una guida — oltre a riaccendere la faida tra Conte e Schlein — li obbligherebbe a un atteggiamento più construens. A dirci, in positivo, dove vorrebbero portare l’Italia. Non contro chi, ma con chi e verso che cosa.

Ma non illudiamoci. Tenteranno lo stesso di buttarla in rissa. Una rissa funzionale, ancora una volta, a nascondere lacerazioni e inadeguatezze. A maggior ragione, il concetto di «Terza Repubblica» evocato ieri prima da Giovanbattista Fazzolari in un’intervista a Il Foglio e poi in Aula da Giovanni Donzelli ha senso e convince: una democrazia governante in cui conta la scelta su chi mandiamo a Palazzo Chigi. Non è il caso di commettere errori.

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