Attualità

La colpa è sempre dei giornalisti Pagano il prezzo della verità

Negli Usa un collega spara ai due reporter, li filma, poi si suicida

Come ti uccido cameramen e cronista in diretta tv e girando la scena delle revolverate col telefonino. I poco più che ventenni Alison Parker e Adam Ward sono solo gli ultimi due giornalisti ad aver versato il loro sangue al posto dell’inchiostro delle loro penne. La tragedia, avvenuta ieri in diretta tv negli Stati Uniti, ferisce a morte, ancora una volta, il mondo dell’informazione. Obiettivo della follia omicida dell’afroamericano 41enne Vester Lee Flanagan, ex dipendente della stessa emittente televisiva WDBJ-TV, era la giornalista Alison Parker, «colpevole» (secondo quanto scrive lo stesso killer su Twitter, Facebook e YouTube) di aver «fatto commenti razzisti». Eppure il movente razzista potrebbe nascondere la volontà di colpire la collega per altri fini. Insieme ad Alison muore il cameramen, Adam Ward, in uno Stato, la Virginia, dove si può avere una fedina penale lunga cento pagine o essere un conclamato psicopatico e poter comprare tranquillamente un’arma in qualunque fiera. A colpire, ancora una volta, è la spettacolarità del gesto dell’omicida, che appare meticolosamente preparato. E quale miglior palcoscenico che agire in diretta tv? È sempre colpa dei giornalisti. E’ quasi una moda, oramai, scagliarsi contro i cronisti o i reporter. L’appannaggio iniziale (o la primogenitura della moda, come preferite), fino a qualche tempo fa, spettava ai politici che, a seconda delle occasioni o degli interessi, si scagliavano contro chi dava loro la possibilità di manifestare il proprio pensiero. Eppure oggi a questa «moda» o corrente di pensiero, hanno aderito in tanti. La colpa è sempre dei giornalisti, che abbiano in mano un microfono piuttosto che un taccuino, poco cambia. Pennivendoli, leccaculo, protagonisti della disinformazione, gli insulti sono i più vari ma l’obiettivo è unico: vanno vituperati, insultati, minacciati e qualche volta, purtroppo, aggrediti e feriti a morte. I giornalisti, appunto, diventati di volta in volta simbolo di ciò che non va, di ciò che non si vuole sentire, ma anche l’opportunità per mettersi in mostra. E non importa che a minacciare siano terroristi o mafiosi, ‘ndranghetisti, camorristi, politici o semplici folli. L’importante è il fine: quelle matite da spezzare. Il pensiero non può che andare a Charlie Hebdo quando, in quella tragica mattina del 7 gennaio 2015, i fratelli Said e Cherif Kouachi, armati di kalashnikov, attaccavano a Parigi la sede del giornale satirico durante la riunione settimanale di redazione: 12 i morti, tra i quali il direttore Stéphane Charbonnier, detto Charb, diversi collaboratori storici del periodico (Cabu, Tignous, Georges Wolinski, Honoré), due poliziotti e numerosi feriti. In quel caso fummo, per una manciata di giorni, tutti «Charlie». Il giornale, messo in piedi in fretta e furia, uscì ugualmente. I terroristi avevano colpito ma non affondato. Fino a pochi giorni dopo quando, appunto, finita l’emozione del momento, ad essere Charlie rimanevano in pochi. A «casa nostra» non si scherza: più di dieci i giornalisti uccisi da mafie e terrorismo, moltissimi quelli minacciati quotidianamente. Al club si iscrivono in tanti e lo fanno orgogliosamente, senza pudore né vergogna alcuna. È il caso, ad esempio, del legale di Massimo Bossetti, Claudio Salvagni che, sulla propria pagina Facebook, scrive: «Che pattumiera, che disinformazione. Pennivendoli, come dice qualcuno. Si parla del nulla dando voce ad emeriti ignoranti (purtroppo per loro ignorano) nonostante qualcuno affermi di aver letto le 60 mila pagine. Disinformazione all’ennesima potenza. Mi viene voglia di usare la calibro 38». Destinatari delle «parole d’amore» del principe del Foro sono il direttore del settimanale Giallo Andrea Biavardi, la criminologa Roberta Bruzzone, Alessandro Dell'Orto di Libero e Giovanni Terzi de Il Giornale. La «disinformazione», come la definisce il legale, da combattere a colpi di calibro 38. La serie infinita di apprezzamenti ai giornalisti continua con i mafiosi. Appena qualche giorno fa una troupe del programma di Rai 3, Agorà, è stata aggredita a Roma mentre effettuava delle riprese a via del Quadraro, dove abitano esponenti del clan Casamonica e proprio ieri, in occasione della messa in suffragio del boss Vittorio Casamonica, i parenti del defunto al termine della cerimonia si sono scagliati contro i cronisti. Poche ore prime del massacro in diretta tv negli Stati Uniti, sono volati insulti e spintoni: «Non provocate, rispettateci, ormai avete visto tutto, fatela finita». E come non ricordare le decine di aggressioni agli inviati di Striscia, gli insulti a quelli delle Iene o, ancor peggio, i messaggi di morte dei boss? Alla morte dei giornalisti, col cappio in pubblica piazza, inneggiano proprio in tanti. Insomma, va bene che «nessuno tocchi Caino», ma non è neanche giusto che venga preso a schiaffi Abele!

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