I quattro italiani rapiti in Libia il 19 luglio scorso sarebbero a Zuara, una città a nord del Paese, nella regione della Tripolitania. Il contatto con chi ha in mano i dipendenti dell'azienda Bonatti di Parma sarebbe stato agevolato dal governo non riconosciuto di Tripoli e si tratta per la liberazione che potrebbe arrivare a fine mese. Se l'accordo salta, però, il rischio è che gli ostaggi possano essere venduti ad altri gruppi armati che si trovano nella zona, compresi quelli legati allo Stato islamico. È quanto riferisce un documento pubblicato nei giorni scorsi in Rete dai media libici. Nello scritto anonimo, di cui fonti investigative locali stanno ancora accertando l'attendibilità, si sostiene che la contropartita chiesta in cambio dai rapitori non sia solo economica. Il gruppo che detiene Gino Tullicardo, Filippo Calcagno, Salvatore Failla e Fausto Piano, sarebbe effettivamente composto da criminali comuni che però avrebbero ricevuto mandato di compiere il sequestro dal governo islamista di Tripoli, che punta al riconoscimento internazionale, al pari di Tobruk. Una vicenda complicata, dunque, dove alla fine la trattativa si giocherà su un piano prevalentemente politico. Il dubbio sollevato nel documento, infatti, è che gli italiani diventino merce di scambio nella trattativa in corso per la formazione di un governo di unità nazionale condotto dall'Onu con l'Italia in prima fila. Oltre agli interessi economici che il nostro Paese ha in Libia, la mediazione condotta con le tribù, e non solo, per unire intorno ad un tavolo tutte le anime che popolano un paese allo sbando dalla morte di Gheddafi, ha creato molto malumori. In primis a Tripoli, dove il governo islamista non ha digerito l'accordo firmato il 12 luglio scorso da Tobruk e che, tra le altre cose, potrebbe far saltare il businness dell’immigrazione gestito anche dallo Stato islamico. Nei giorni scorsi, il presidente del Copasir, Giacomo Stucchi, aveva confermato all'Adnkronos che sulla questione dei connazionali rapiti in Libia "si sta lavorando, ci sono contatti in corso, Manenti ha dato gli ultimi aggiornamenti sulla vicenda". In merito al gruppo che avrebbe preso i tecnici nella zona di Mellitah, nei pressi del compound della Mellitah Oil Gas Company, di ritorno dalla Tunisia, Stucchi ha chiarito che "non sono in mano di terroristi, ma di criminali comuni. Criminali che cercano un riscatto, senza apparenti motivazioni politiche. Per questo - ha detto ancora il presidente del Copasir - la cosa può essere valutata con una preoccupazione di tipo 'razionale', maggiormente gestibile". Intanto fonti libiche continuano a sostenere che gli ostaggi sono nelle mani di Ansar al Sharia, il gruppo salafita vicino all'Isis.
Si tratta per la liberazione dei quattro italiani
Sono stati rapiti in Libia il 19 luglio scorso e ora sono "ostaggio di una banda di criminali comuni" LEGGI ANCHE Madrid, Londra e Charlie Hebdo L’Europa nel mirino dei tagliagole
