La coda limacciosa di un caso scottante. Ieri la Dia di Napoli, su disposizione della procura, ha eseguito un decreto di «esibizione atti» nei confronti dei giornalisti Marco Lillo e Vincenzo Iurillo, del Fatto Quotidiano, che il 10 luglio hanno pubblicato l’intercettazione telefonica risalente all’11 gennaio 2014, nella quale Matteo Renzi, allora segretario del Pd, parlando al telefono con il generale della Guardia di Finanza, Michele Adinolfi, dava dell’«incapace» al premier Enrico Letta. La procura partenopea ha aperto un fascicolo per rivelazioni di segreto d'ufficio, visto che la conversazione era contenuta in un’informativa riservata dei carabinieri. Per i pm sussiste il «fumus» del reato di rivelazione di segreto «ascrivibile ad un pubblico ufficiale allo stato non identificato» ma che i magistrati cercano. I due cronisti, a casa dei quali si sono recati gli agenti della Dia, non sono indagati e l’inndagine è contro ignoti. A svettare è un grosso interrogativo: perché indagano i magistrati partenopei? La domanda non è peregrina. Tutto nasce, infatti, dall’inchiesta della procura di Napoli sulla Cpl Concordia. Indagando e intercettando, i pm partenopei, tra i quali Henry John Woodcock, ascoltano due persone parlare di un «generale» a cui rivolgersi per la bonifica dei propri uffici. Si convincono possa trattarsi di Adinolfi, che finisce indagato per corruzione e intercettato. È in questo periodo che si colloca la telefonata del 2014 fra Renzi e l’ufficiale. I magistrati scoprono, però, che il presunto «generale» corrotto non è Adinolfi, perciò archiviano. Il 31 marzo del 2015, l’inchiesta sulla Cpl Concordia si allarga e vengono arrestate dieci persone, le quali scoprono che una parte degli atti processuali sono coperti da omissis. Fra questi anche la telefonata Renzi-Adinolfi. Il tribunale del Riesame, però, dichiara l’incompetenza della procura di Napoli, e invia gli atti a quella di Modena (sede della Cpl), dove giungono senza più gli omissis che «nascondevano» la conversazione fra futuro premier e generale. Chi ha deciso di eliminarli? E chi ha consegnato le carte, ormai desecretate, alla stampa? Nessuno lo sa. Ma la domanda vera, come detto, è un’altra: è normale che a indagare sia una procura, quella di Napoli, potenzialmente parte in causa?
Perché i pm di Napoli indagano a casa dei cronisti de Il Fatto?
Telefonata tra Renzi e Adinolfi. La procura campana potenziale parte in causa nella fuga di notizie
