Attualità

Perdiamo una «rarità» Un esempio per tutti

di Francobaldo Chiocci Angelino per quel suo romagnolo mezzo sorriso ironico ma dolce, sempre affabile – era, per longevità professionale se non per età, il decano di un po' tutte le varianti del...

Angelino per quel suo romagnolo mezzo sorriso ironico ma dolce, sempre affabile – era, per longevità professionale se non per età, il decano di un po' tutte le varianti del mestiere: cronista, capocronista, caporedattore, notista, inviato speciale e, alla fine, dopo aver lasciato «Il Tempo» dei successori di Letta, pure direttore di una testata gloriosa, l’ex Giornale d'Italia. Come nei vecchi clan circensi, fu anche padre e marito d’arte: due figli giornalisti, l’amatissima moglie Maria Pia scomparsa troppo presto che lavorò nelle segreteria di redazione del Tempo di Angiolillo, dove lui era arrivato ancora con i calzoni corti nei primi anni 50 del secolo scorso. La storia aveva bussato più volte, prima che lui la raccontasse, alla porta della sua famiglia nel Ravennate e a Roma. Era discendente di un intellettuale carbonaro da cui prese il nome ed era il nipote di un martire delle fosse Ardeatine, il colonnello Giovanni Frignani, che nel luglio del 1943 eseguì dal re l’ordine di arrestare Mussolini. Con chi qui lo ricorda, e con il quale talvolta si incrociarono temporanee gelosie e invidie quando a partire per qualche fatto o fattaccio importante era uno invece dell’altro, poi si faceva mutuo soccorso redazionale perchè uno, quanto a scrittura, si fidava soltanto dell'altro e insieme ci si vantava di essere «specializzati nel generico», nel senso che dovevamo occuparci di tutto. In illo tempore, dall’estero, si trasmetteva per telegramma e al giornale un cosidetto estensore metteva in chiaro il succinto e l'abbreviato. Ad esempio, io «estesi» le sue corrispondenze da Kindu sulla strage dei nostri aviatori sbranati dai cannibali e lui il mio esordio da inviato sulla temeraria visita di Paolo VI nella Gerusalemme contesa, allora divisa tre israeliani e giordani. Di più. Ognuno si sforzava di trascrivere nello stile del rivale. Oltre al suo insuperabile reportage sul disastro del Vajont e ai suoi numerosi scoop, il primo sulle verità e controverità del caso Montesi, di Angelino giornalista si ricorda e si rimpiange soprattutto il suo impegno di ininterrotto e altruista sgobbone redazionale, sempre pronto a coprire i vuoti degli altri, a scendere in tipografia, e riscrivere magistralmente le cronache lasciando la firma a chi le aveva sbagliate. Anche da pensionato e infermo, accondiscese sino all'ultimo alla sua accorata nostalgia del «suo», del «nostro» Tempo. Che, per entrambi, fu anche scuola di solidarietà. Sino all'ultimo aspettava con trepidazione che gli telefonassero per chiedergli in regalo una rievocazione, un commento, un amarcord. Diceva sempre di sì, e magistralmente esaudiva come sempre. Non se ne è andato un giornalista, se ne è andata una rarità.

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