Attualità

Quella crociera a prova di iettatore

L’«Innominabile» era rimasto in redazione e ci augurò «Buon Oceano» A largo di Las Palmas la nave entrò nell’occhio del ciclone e fu tregenda

Doveva essere uno di quei viaggi vacanza-premio che chiamavamo da invitati speciali offerti gratis ai giornali che una volta i direttori concedevano a qualche redattore da gratificare. Una traversata oceanica da Genova a Miami in crociera rosa a bordo di una lussuosa nave greca e ritorno in aereo con serate a New Hark, Washington, New York. A bordo, cantanti, modelle, indossatori di Brioni, cineasti e immancabili familiari di emigranti meridionali in cerca di parenti d’oltreoceano; a terra, prima del rimpatrio in aereo, spettacoli, defilee, abbracci strappacuore e fuoriprogramma a gentile pretesa di boss italoamericani. Quasi un mese di relax e senza sconto ferie. Una pacchia. Per conto di Ezio Radaelli, inventore e patron di Cantagiri, organizzava la spedizione Ivano Davoli, rinomato cronista mondano di Paese Sera, detto Compagno Frufrù, fama priapesca, un amore anche con Soraya ripudiata ed esule e un matrimonio da favola con Miranda Martino. Imminente sposo di cantante famosa, l’allora irraggiungibile Mina, era invece Virgilio Crocco, del Messaggero, che in America ci tornerà qualche anno dopo per essere misteriosamente travolto e uncciso da un’auto (era un testimone del rogo antimissino di Primavalle). Irenismo politico di Davoli. Come braccio destro aveva uno di destra, certo Gagliardini. Lo ribattezzammo Gagliardettini. Era l’agente di Rosalba Archilletti, ragazzona ciociara vincitrice del festival di Castrocaro, e di Giuliana Valci, romanina esoterica reduce da Sanremo e futura astrologa. Vagamente imbarazzati per lo scrocco vacanziero e il futile professionale di cui dovevamo occuparci, ci consolammo subito in piacevoli diversivi sino al largo, molto al largo, delle isole Canarie, quando piombò e s’inverò su di noi l’anatema vendicativo di uno iettatore. Radaelli e Davoli avevano osato escludere dalla crociera un cronista di risaputa fama menagrama, ma innominabile anche dopo mezzo secolo. Qualcuno l’aveva sentito sibilare «Me la pagheranno». Oltrepassata Gibilterra, arriva al marconista di bordo questo suo fonogramma augurale: «Vi sono vicino anche al di là delle colonne d’Ercole, buon Oceano». Incoscientemente, tutti stavano ancora godendosela. Giorni di tintarella, partite a poker dominate da Cenzino Mussa di Famiglia Cristiana, bingo, pettegolezzi, tentativi di rimorchi, cene eleganti e danze languide, ognuno immerso nell’ozio che sazia. Ricordo Sergio Saviane dell’Espresso, sulfureo principe del giornalismo satirico, che si addolciva innaffiando di ciacole venete e champagne millesimato la regina del jazz Lilian Terry, fresca separata da un conte Marzotto, poi da lui conquistata al passaggio dell’Equatore. Sfortunata corte, invece, quella in cui si ostinava Aldo Giovetti, del Giorno, gentiluomo stagionato, che svuotò invano la bigiotteria di bordo per Marina Del Ponte, fotomodella di Vogue. C’era Silvana Gaudio, pitonessa dell’Ansa, che a tutta la band dei Rokes di Shell Shapiro, quello di «Ma che colpa abbiamo noi», leggeva le mani indovinando corna non risapute e persino che Shell, inglese sessantottino, votava conservatore. E c’era il regista Piero Vivarelli, ex Decima Mas ma distintivo delle black panters all’occhiello, che ci indottrinava sul messianesimo castrista. Invano chiese al comandante di far scalo a Cuba, oltre che a Portorico, per ossequiare il suo nuovo duce caraibico di cui vantava amicizia e aveva un salvacondotto che a New Yrok proteggerà lui, me e la coppia Saviane-Terry in una temeraria traversata notturna di Central Park, a quell’ora vietata ai bianchi, per andare all’Hotel Teresina, l’albergo dove scendeva Fidel Castro e ora suonava Ray Charles. Scalo invece lo facemmo, ma guastafeste, nel porto di Las Palmas. In pieno e cattivissimo oceano la nostra lussuosa ma vulnerabile cruise ship era capitata e sballottata in una terrificante tempesta atlantica. Occhio del ciclone? Peggio: zona radiofonicamente neutra, come poi cercò di spiegarci il comandante per confidarci che, con i collegamenti ancora non satellitari di allora, sarebbe stato inascoltabile anche l’Sos che era in procinto di dare. Ore da tregenda, vento feroce e fulmini a raffiche, onde anomale, lo scafo inclinato di 40 gradi. Pregavano anche gli atei, vomitavano pure i marinai, sino a che il vascello condannato dall’Innominabille non riuscì a tirarsi fuori dall’inferno. Adesso c’era da affrontare l’onda lunga. Dopo i terrorizzati, gli inebetiti. I camerieri risparmiavano cucina e tovaglie. Per giorni, solo menù di mele e acciughe, l’unica dieta contro il mal di mare. In pochi eravamo gli scampati al flagello del racco, e alcuni di quei pochi si prodigavano nelle cabine somministrando supposte alle raccanti più carine. A onda lunga placata, poche ammisero una intimità che qualcuno voleva replicare nelle ruffiane alcove del Rejna Isabela di Las Palmas, dove attendevamo in ozio turistico che al porto riparassero i danni subiti dalla nave nel dies irae dell’Innominabile. Al ritorno (misteri delle priorità giornalistiche oppure sfottò a un redattore che voleva diventare inviato) il direttore Angiolillo mi chiede qualche articolo per la terza pagina. A San Juan di Portorico e a Miami, ad esempio, ero riuscito a far parlare i cubani esuli che stavano tramando il bis dello sbarco fallito alla Baia dei Porci. Quasi uno scoop. Ma per lui era più «leggibile» il tragicomico della mia vacanza. Disse: «Ok, bravo. Ma prima racconta gli amori di bordo scornati da uno iettatore». Dettò pure il titolo «Orgia con mele e acciughe per i dongiovanni in crociera».

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