«Spesso l’uso improprio delle intercettazioni rappresenta una sorta di strategia della diffamazione, che serve a intensificare il volume di fuoco del pm titolare dell’indagine». Parola di Clemente Mastella, ex ministro della Giustizia dell’ultimo governo Prodi costretto ad affrontare le forche caudine dell’inchiesta «Why Not» condotta dall’ex pm Luigi De Magistris e poi archiviata, ma che costò al «professore» la poltrona di Palazzo Chigi a seguito delle dimissioni del ministro. Onorevole, a noi risulta che il costo delle intercettazioni sia aumentato, anche se i dati di via Arenula dicono il contrario. È normale? «Niente può mantenere i costi standard, questo è evidente. Ma, pur ritenendo che le intercettazioni siano indispensabili ai fini investigativi, da noi se ne fa un uso sproporzionato, specie rispetto ad altri Paesi con la nostra stessa cultura giuridica e amministrativa». E se l’intervento è opportuno per supportare l’inchiesta in corso, è lecito mettere in piazza certe informazioni private? «Accertato il dato dell’opportunità dell’intervento, restano una serie di elementi che hanno connotato e connotano il metodo di diffusione dei dati in Italia. C’è uno scarto fra il piano investigativo e quello mediatico, insomma. Molte cose che dovrebbero restare nel territorio degli atti di natura privata diventano, invece, pubbliche». Ma un personaggio pubblico non ha il dovere di essere sempre trasparente? «Anche un uomo pubblico, un uomo politico, ha il suo privato. Con questo sistema sono stati distrutti matrimoni, si sono rovinate intere famiglie...». Condivide l’osservazione che il problema è nella cosiddetta udienza-filtro, nel corso della quale le informazioni non penalmente rilevanti dovrebbero essere distrutte? «È verissimo. Innanzi tutto, il pubblico ministero dovrebbe indagare anche a tutela dell’indagato e non solo contro. Ma avviene di rado. Ho vinto la causa con un quotidiano che aveva scritto che la mia casa era stata costruita con soldi delle tangenti. E sa come era venuta fuori la notizia riportata dal giornale?». Come? «L’aveva dichiarato un tizio che l’aveva appreso quindici anni prima da un’altra persona, poi deceduta». I pm non avevano verificato? «No». Perché, secondo lei? «Serve ad aumentare il volume di fuoco esercitato dal pubblico accusatore per le indagini che sta facendo. In questo modo si alimenta una specie di strategia della tensione, anzi della diffamazione, sulla persona sotto indagine, che subisce una condanna ancora prima del processo e della sentenza». Dovrebbe essere anche compito del giudice... «Molti giudici fanno il loro lavoro in modo eccellente. Altri si conformano alla tesi del pm». Che cosa accade sul piano personale quando si mettono in piazza certe notizie? «La gente pensa: "sono farabutti". Non c’è compassione, non c’è comprensione. È una cosa che ti debilita, una ferita che non si rimargina mai». Ma se uno sa di essere innocente? «Si diventa comunque preda di una sorta di sindrome di Stoccolma: non sai se parlare o stare zitto, se continuare a fare attività politica o no. Sei intimorito. È un po’ come quando si subisce un infarto: dopo non sei più lo stesso».
Clemente Mastella: «Spesso servono soltanto per diffamare e intimorire»
L'ex ministro della Giustizia del governo Prodi: «Rappresentano una strategia della pubblica accusa»
