La Cassazione lo ha sancito il 23 novembre del 1995: Francesca Mambro e Giuseppe Valerio Fioravanti, detto “Giusva”, sono colpevoli «..come appartenenti alla banda armata che ha organizzato e realizzato l’attentato di Bologna» precisando poi che i due sono appartenenti al gruppo «che sicuramente l’atto aveva organizzato». Anni dopo, nel 2007 anche il «nero» Luigi Ciavardini è stato condannato per strage. La sentenza non ha però scritto la parola fine sulla vicenda: troppi sono i punti lasciati in sospeso, troppe le domande a cui ancora non si è saputo o voluto rispondere. A riaccendere il dibattito, per la verità mai domato, ci ha pensato nel giugno scorso il gip di Roma Pierluigi Balestrieri che, nell’archiviare la querela per diffamazione dell’ex terrorista tedesco Thomas Kram contro il giudice Rosario Priore che in un’intervista lo aveva tirato in ballo, ha affermato che la pista palestinese è basata su una «seria e attendibile piattaforma storiografica». La mattina del 2 agosto del 1980 la sala di aspetto di seconda classe della stazione di Bologna è affollata da persone in partenza per le vacanze. Su un tavolo è poggiata una valigia con il suo carico di tritolo e T4 con gelatina. Alle 10.25 l’esplosione che provoca 85 morti e 200 feriti. Sospetti, depistaggi e accuse si rincorrono da subito. La prima voce a circolare, è infatti quella dello scoppio di una caldaia. Causa accidentale dunque, e questo fa guadagnare tempo prezioso a chi doveva fuggire dalla città. Una volta stabilito che di attentato si tratta, un nuovo depistaggio, o meglio un “impistaggio”, come qualcuno lo ha definito, è stato messo in atto facendo ritrovare sull’espresso Taranto-Milano, una valigetta con all’interno esplosivo uguale a quello usato il 2 agosto e due documenti con i nomi di due terroristi, uno francese e uno tedesco, riconducibili a Stefano delle Chiaie. Chiaro l’intento di indicare la pista da seguire. Poi è quasi esclusivamente nell’area dell’eversione di destra che i magistrati indirizzano i sospetti. Dopo anni di indagini e di interrogatori, le rivelazioni di alcuni collaboratori di giustizia ritenuti non attendibili dalla procura di Roma, ma poi attendibili per la procura di Bologna, gli estremisti neri Mambro e Fioravanti vengono condannati quali esecutori della strage pur in assenza di riscontri certi. Resta il mistero di chi sia il mandante. Bologna è inserita tra quelle che sono definite “Stragi di Stato”, nell’ambito di quella “Strategia della tensione” che mirava a governare l’Italia con un esecutivo con poteri più forti e allontanare la minaccia del PCI in ascesa. Nel 1980 però, il contesto storico politico è notevolmente cambiato rispetto agli anni precedenti. La DC è al governo ed è al massimo del suo potere, la P2 è ormai insediata e radicata nei centri nevralgici della Stato, Pertini è un presidente amato e benvoluto dalla popolazione, dunque, come ha più volte affermato Giovanni Pellegrino, ex presidente della commissione stragi, quella di Bologna non possiede i requisiti per essere catalogata come “Strage di Stato”. Anche l’ipotesi di una vendetta di Gheddafi o una ritorsione americana per la protezione offerta al Colonnello libico da parte dello Stato italiano, fra tanti indizi non ha trovato riscontri. Nel giugno del 1980 infatti, viene abbattuto nei pressi di Ustica, il DC-9 che aveva preso il volo proprio da Bologna ed è forte il sospetto dell’errore ai danni dell’aereo civile, nel tentativo di colpire Gheddafi. Ma era una bufala. Tanti altri indizi collegano i due eventi ma nessuno è andato a fondo a questo filone internazionale indicato anche dall’ex sottosegretario Zamberletti. Troppo poco e in maniera frettolosa invece, si è indagato sulla pista araba. Per comprendere quello che potrebbe essere il coinvolgimento palestinese con la strage del 2 agosto, è necessario tornare ancora indietro di qualche anno, quando - secondo questa tesi alternativa - Aldo Moro avrebbe stretto un patto segreto, il cosiddetto “Lodo Moro” che consentiva ai palestinesi e alle loro armi il libero transito sul nostro territorio, in cambio i gruppi anti-israeliani legati all’OLP avrebbero risparmiato l’Italia da attentati e ritorsioni, garantendole inoltre un adeguato afflusso di petrolio per l’Eni. Naturalmente lo Stato italiano ha sempre negato un simile accordo che avrebbe indispettito non poco Stati Uniti, Israele e Paesi “amici”. Il fatto che sul suolo italico transitassero notevoli quantità di armi provenienti dal Medio Oriente e destinate a cellule terroristiche sparse in tutto il mondo, è ormai accertato. Per di più Bologna in quegli anni era un centro nevralgico di incontri e smistamenti: gli emissari dell’OLP si incontravano spesso in una pizzeria nel centro della città. Anche le Brigate Rosse, che con i palestinesi avevano un legame molto forte, erano presenti nel capoluogo emiliano in maniera costante, lo stesso Mario Moretti, capo BR, dirà che era solito recarsi a Bologna ogni 15 giorni per incontrare altri brigatisti. Dunque non è peregrino pensare che la valigia contenente esplosivo nella sala d’aspetto, in quel 2 agosto 1980, fosse in transito e lo scoppio non preventivato. Ecco allora alcune ipotesi su cosa potrebbe essere successo quella mattina. 1- Scoppio accidentale durante il trasporto . Chi ha dimestichezza con gli esplosivi, sa perfettamente che non è prudente mettere in contatto materiale esplosivo e detonatore. Chi però opera in clandestinità, non sempre può permettersi il lusso di due viaggi distinti. Ecco allora che per diminuire i rischi, detonatore ed esplosivo vengono a contatto e per cause fortuite avviene la deflagrazione. 2- Faida interna. Arafat, leader di Al-Fatah, aveva intrapreso una politica di avvicinamento con alcuni stati europei ed arabi, ricevendo da questi notevoli finanziamenti. Altri gruppi palestinesi non vedevano di buon occhio questa politica di accordi, volendo solo combattere per la causa. Da qui l’ipotesi che l’esplosione sia dovuta ad una faida interna, nel tentativo di punire e mettere in cattiva luce Yasser Arafat. 3- Attentato previsto a Roma per la rottura del patto da parte dell’Italia . Lo scoppio dell’ordigno era previsto a Roma sotto la regia di Carlos, terrorista del gruppo filopalestinese Separat. Carlos si autodefiniva “ministro degli esteri del terzo mondo” e ha organizzato attentati prevalentemente nelle capitali, ma la bomba a Roma non è mai arrivata. Questa ipotesi spiegherebbe anche la presenza a Bologna di Thomas Kram e, forse, di Christa Frohlich che un testimone dice di aver visto con una grossa valigia. 4- Punizione per l’Italia. Servizi segreti americani o israeliani, saputo del passaggio a Bologna dell’esplosivo, prendono la decisione di farlo esplodere per dare una “lezione” all’Italia, colpevole della strana alleanza con i palestinesi. Indagare sulla pista araba significa ammettere l’esistenza del “lodo Moro”, ma i tempi per un simile passo non sembrano ancora maturi, anche dopo 35 lunghi anni.
Tra depistaggi e piste ignorate la strage di Bologna compie 35 anni
La bomba provocò 85 morti e 200 feriti Le ipotesi di come andò quella mattina di agosto LEGGI ANCHE La memoria contundente
