Attualità

L’incontro

Al carabiniere Giangrande una sola parola: grazie

C i sono momenti della vita nei quali un semplice saluto, un incontro, uno sguardo, una risata, una lacrima ci aprono squarci grazie ai quali riusciamo a comprendere meglio il passato e ci aiutano a guardare meglio al futuro. Uno dei limiti della nostra vita da parlamentari è che spesso perdiamo il contatto con la realtà, vuoi anche per pigrizia o perché riteniamo, sbagliando, di sapere e capire cosa voglia la gente e di saperne interpretare la volontà popolare. Con questi sentimenti sono andata a trovare il maresciallo Giangrande, il carabiniere rimasto gravemente ferito proprio nel giorno in cui noi, ministri del governo Letta, eravamo impegnati a giurare fedeltà alla Repubblica. Da un lato il tributo di onori e responsabilità di ognuno di noi, dall’altro la sofferenza silenziosa di un fedele servitore dello Stato in fin di vita per aver fatto semplicemente il proprio dovere. Non dimenticherò mai il senso di sgomento di quelle ore e pur avendo attentamente seguito a distanza la vicenda di Giangrande, ho preferito attendere questi giorni, quando la sua situazione, pur gravissima, sembra essersi stabilizzata, per dirgli una sola parola, semplice che dovremmo abituarci a ripetere con più frequenza: grazie. Grazie per il suo sacrificio, ma soprattutto per il suo esempio fatto di silenzi, dignità, compostezza, mai una recriminazione su ciò che la vita, o il destino gli aveva riservato, un abito mentale tipico di quella straordinaria istituzione che è l’Arma dei Carabinieri, presidio non solo della nostra libertà, ma di tutti quei valori di civiltà, tolleranza, giustizia e onestà che l’Occidente ha il dovere di preservare. I minuti trascorsi con Giangrande sono stati una sorta di master di vita sul fatto che servire lo Stato prima che un diritto è un dovere che impone a ciascuno di noi, soprattutto a chi come noi politici gode di sostegni e privilegi inimmaginabili per i tanti uomini e donne in divisa, un senso di responsabilità centuplicato rispetto a quanto spesso dimostriamo nel lavoro parlamentare e nelle dichiarazioni pubbliche. Secondo: servire lo Stato si fa, anzi si deve fare, nella buona, ma anche nella cattiva sorte perché è una specie di legame di sangue indissolubile. Il colloquio con Giangrande lo serberò per sempre nel personalissimo giardino privato dei miei sentimenti, e vorrei che Giuseppe estendesse a tutti è che per dare un senso alla propria esistenza non occorrono stellette, onori, incarichi, poltrone. Basterebbe vivere la quotidianità con il coraggio dei semplici, di coloro che non hanno nemmeno bisogno di sentirsi dire grazie per ciò che fanno e per ciò che faranno, spinti solo dall’esigenza di rispettare il proprio cuore e il proprio animo o il proprio dovere. Dopo un ribollire di emozioni, il mio grazie al carabiniere Giangrande per avermi lasciato un enorme senso di serenità. Quella stessa serenità che ho visto nei suoi occhi, così pacati, ma allo stesso tempo rassegnati e determinati a voler vincere anche questa battaglia.

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