Il killer professionista potrebbe lasciare già il carcere. Chi ha premuto il grilletto su commissione della Roma criminale, incassando una parcella dai tremila ai 25 euro, potrebbe finire presto ai domiciliari. Un "regalo" dopo appena quattro mesi di galera, dopo esserci finito appena nel marzo scorso per tre omicidi e altrettante gambizzazioni tra 2013 e 2014. La mossa che prova a spalancare le porte a Giancarlo Orsini fa insorgere altri avvocati contrari al lasciapassare. Il difensore dell’assassino, l’avvocato Civita Di Russo, ha chiesto al giudice per le indagini preliminari Della Monica di liberare il suo assistito e di spedirlo ai domiciliari in una residenza indicata dal Servizio Centrale di Protezione. Motivo? «La misura cautelare in carcere oggi non è più proporzionata alla pericolosità», scrive Di Russo. Orsini è collaboratore di giustizia. Era finito nell’indagine dei carabinieri per un solo omicidio. Quello di Roberto Musci, avvenuto nel gennaio di due anni fa a Casalotti, periferia ovest della Capitale, fatto fuori con cinque colpi di pistola alla testa. Le prove contro di lui erano schiaccianti. Non poteva farla franca. Però a sorpresa ai magistrati ha ammesso altre missioni di morte e ferimenti per i quali neppure era tra i sospetti. Nei giorni scorsi, per la vicenda Musci il reo confesso è stato condannato a 17 anni di reclusione. E a brevissima distanza il suo difensore lo vuole fuori. Orsini «è ormai pienamente conscio degli errori compiuti - è spiegato nelle dieci pagine di istanza - la collaborazione è stata seria ed affidabile. La stessa pena irrorata conferma tale valutazione. In relazione ad un delitto punibile con l’ergastolo (delitto di Roberto Musci, ndr ), è stata applicata una pena di soli 17 anni di reclusione. Orsini - prosegue - è oggi con tutta probabilità il più importante collaboratore di giustizia in assoluto a Roma e nel Lazio e ha fornito fondamentali elementi istruttori per reprimere finalmente un’associazione mafiosa che si era dimostrata pericolosissima». Il caso Musci, secondo il giudice «non rientrava nel contesto mafioso, poiché escluso l’aggravante ex articolo 7 - continua la Di Riso - ma ciò non inficia due ulteriori aspetti: collaborazione affidabile» e che le confessioni hanno riguardato anche delitti «pacificamente mafiosi». In sintesi: «Nel processo non è stato riconosciuto l’aggravante dell’articolo 7, ma negli altri procedimenti in corso la gravita del reato è stata confermata e con la sua collaborazione il mio cliente è stato decisivo». È su questo punto che si infervorano le altre difese. In primis quella dei familiari di Roberto Musci. L’avvocato Maurizio Riccardi si oppone all’istanza e annuncia ricorso. «Lo Stato - mette nero su bianco - non può premiare un presunto pentito (taroccato) in quanto si dimostrerebbe in concreto (la concessione della revoca) un accordo scellerato tra Stato e criminalità». Il ragionamento del legale è in punta di diritto. «Se durante il processo il giudice ha fatto decadere l’articolo 7 e non ha riconosciuto a Orsini la norma che prevede sostanziosi sconti di pena - argomenta - non conta dire che il pentito sia stato utile in altri procedimenti. La sua istanza fa riferimento a questo e non ad altri. Mandare Orsini ai domiciliari sarebbe uno scandalo».
Giustizia alla romana Ha il record di omicidi e agguati Il killer rischia di uscire di cella
Fabio Di Chiof.dichio@iltempo.it Il killer professionista potrebbe lasciare già il carcere. Chi ha premuto il grilletto su commissione della Roma criminale, incassando una parcella dai tremila ai...
