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L’accusa agli ex grillini di tramare con Uber

Cena con la manager della "app" di trasporto privato alla vigilia del voto sul ddl Concorrenza LE INTERVISTE Orellana:"Niente di losco ma tempistica sbagliata" Bittarelli:"Noi tassisti vittime di poteri forti"

Il fatto che in Italia manchi una legge sulle «lobbies» non ha mai impedito che questa attività si concretizzasse, spesso alla luce del sole. Ma, talvolta, anche a lume di candela, come avvenuto mercoledì sera in pieno centro di Roma, in un ristorante di piazza Sant’Ignazio, dove a tavola si sono accomodati una quindicina di parlamentari di vari partiti con una manager di Uber, Benedetta Arese Lucini. Niente di male, in teoria. In pratica, però, il fatto che proprio in questi giorni alla Camera debbano essere messi in votazione degli emendamenti al ddl Concorrenza che potrebbero «sbloccare» l’attività della «app» che fa concorrenza ai tassisti tradizionali - e che l’incontro si tenesse in una sede tutt’altro che «istituzionale» - ha fatto esplodere la polemica. Ma chi erano i parlamentari attovagliati con Uber? Le associazioni di tassisti che hanno svelato la vicenda hanno fatto inizialmente i nomi di una serie di ex esponenti del MoVimento 5 Stelle ora transitati in altri partiti: da Luis Alberto Orellana a Ivan Catalato, ora nel gruppo Misto. In realtà, i quindici onorevoli presenti alla cena fanno tutti parte dell’intergruppo parlamentare per l’innovazione. A tavola ci sarebbe stato, per dire, anche Paolo Coppola del Pd. Mentre gli esponenti attualmente nel M5S hanno addirittura vergato una nota per sottolineare la loro assenza. Si è trattato di un semplice incontro per capire meglio il funzionamento - e i nodi legali - della app Uber oppure tra un primo e un secondo ha fatto capolino qualche discorso più «losco»? Difficile saperlo, anche se va sottolineato come i parlamentari presenti, aspettandosi probabilmente una coda polemica, si siano cautelati pagando il conto «alla romana», con la bellezza di una ventina di ricevute diverse: ognuno ha pagato quello che ha mangiato. L’accorgimento, però, non ha rassicurato il popolo dei tassisti: circa duecento di loro, infatti, hanno fatto irruzione nel ristorante e hanno lanciato banconote false ai parlamentari al grido di «venduti». Così, una volta diffusasi la notizia, è stato il turno della polemica politica. Fabio Rampelli di FdI-An ha parlato di «cena della beffa della democrazia», sottolineando come «alcuni giorni fa un drappello di "peones" parlamentari, transfughi del M5S e i residui del partito "dell’illuminato" Monti, hanno presentato una serie di emendamenti sul ddl della concorrenza che andavano a legittimare l’abusivismo di Uber e di situazioni analoghe». Gian Marco Centinaio della Lega, invece, ha spiegato che «a noi non sembra normale sedersi al tavolo con il rappresentate di una società il cui servizio è stato per due volte ritenuto illegale da un tribunale. Vogliamo sapere cosa hanno garantito a Uber. Noi invece continuano a garantire sostegno ai tassisti che lavorano onestamente pagando tasse e licenze». Dall’altra parte una delle presenti alla cena, Adriana Galgano di Scelta Civica, ha parlato di «tentativi di intimidazione» perché «il ddl concorrenza disturba diverse categorie. I lobbisti erano fuori dal ristorante, non dentro». Resta il nodo dell’assenza in Italia di una disciplina delle attività dei cosiddetti «gruppi di pressione». In realtà in parlamento, di ddl sul tema ne giacciono addirittura 14. Diversi sono in esame in Commissione, nessuno è ancora approdato in Aula. E così il nostro Paese, secondo un recente rapporto di «Trasparency international», può vantare una percentuale di «trasparenza effettiva» pari a solo il 20%. La Commissione Ue di Jean Claude Juncker, per dirne una, si attesta poco sopra il 50%. Anche se persino Paesi considerati eticamente d’avanguardia come Germania e Francia non vanno oltre il 23 e il 27%. I lobbisti italiani - spesso ex parlamentari riciclatisi in questa attività avendo libero accesso alle Camere - dovranno continuare a muoversi nell’ombra. Sperando che siano meno spregiudicati di Remy Danton, l’immaginario lobbista della serie del momento, «House of Cards». Lui all’albo ufficiale degli «influenzatori» è iscritto. Ma di scrupoli se ne fa ben pochi.

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