Una falla nella sicurezza. La vicenda del sequestro in Libia di quattro italiani, dipendenti dell'azienda Bonatti di Parma, è ancora poco chiara. Un aspetto su tutti, però, sembra certo: la protezione dei tecnici non è stata assicurata adeguatamente. Il compito di scortarli è stata affidata a gente del posto, che non hanno potuto rifiutare "l'accordo" con i rapitori. Fonti libiche confermano il dubbio che si era insinuato sin dal primo momento. Nessuna imprudenza da parte dei sequestrati, solo un piano ben organizzato da parte del gruppo che ha agito e che ha usato la rete della sicurezza per conoscere i movimenti degli obiettivi. Gino Tullicardo, Filippo Calcagno, Salvatore Failla e Fausto Piano sono stati rapiti nella zona di Mellitah, nei pressi del compound della Mellitah Oil Gas Company, di ritorno dalla Tunisia. Ora potrebbero essere nelle mani di Ansar al Sharia, il gruppo salafita vicino all'Isis, che avrebbe operato con il supporto di "fratelli" tunisini. L'autista del mezzo sul quale viaggiavano, secondo quanto riferito dal quotidiano panarabo Al Hayat, dice di non aver visto in faccia i rapitori perché erano travisati. Lo stesso è stato lasciato libero, ma questa versione non convince chi indaga. «In zone come queste - spiega una fonte - affidare la sicurezza a gente del posto è pericoloso e imprudente. È probabile che il conducente sia stato obbligato a collaborare. Sicuramente il gruppo che ha agito lo avrà preventivamente contattato per prendere accordi, sotto la minaccia di ritorsioni anche sulla famiglia». Una vicenda complicata, che ora rischia di far saltare gli equilibri. Da questo momento in poi, infatti, il governo italiano è costretto a trattare. E non è detto, se ad un certo punto dovesse palesarsi l’Isis, che la merce di scambio siano solo i soldi. Al Hayat sostiene che il sequestro è avvenuto a scopo di estorsione, sul piatto però c'è molto di più. Oltre agli interessi economici che il nostro Paese ha in Libia, la mediazione condotta con le tribù, e non solo, per la creazione di un governo di unità nazionale ha creato molto malumori. In primis a Tripoli, la parte islamista non riconosciuta dalla comunità internazionale, che non ha digerito l'accordo firmato il 12 luglio scorso da Tobruk e che rischia di far saltare il businness dell’immigrazione gestito anche dallo Stato islamico. Per il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, che ieri a Roma ha incontrato l'inviato dell'Onu in Libia, Bernardino Leon, «allo stato delle nostre informazioni dare interpretazioni politiche sui moventi del rapimento è prematuro e imprudente». Entrambi si sono detti ottimisti rispetto alla situazione libica definendo l'accordo di pace firmato da alcune fazioni «la luce in fondo al tunnel». Il responsabile della Farnesina ha sottolineato che «chi si sottrarrà o cercherà di boicottare questo processo verso il negoziato in Libia avrà una reazione di isolamento da parte della comunità internazionale, come è emerso ieri durante la riunione dei ministri degli Esteri dell'Ue», dove si sono discusse possibili sanzioni. Leon, chiedendo il rilascio immediato degli ostaggi, ha annunciato che in Libia ci sarà «sicuramente bisogno di una missione di stabilizzazione, che ha una componente civile, una di polizia e una militare». Su questo ultimo punto, però, Gentiloni ha frenato chiarendo che l'Italia darà un «contributo molto importante» ma questo «non significa immaginare spedizioni di migliaia di uomini».
I nostri 4 tecnici non sono stati protetti
Falla nella sicurezza: la scorta dei connazionali in Libia affidata a gente del posto
