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Il gip: "Volevano aprire negozi anche a Ciampino e Guidonia"

Le intercettazioni

L’obiettivo era Roma: i clan della camorra e di Cosa nostra erano già riusciti a ottenere, di fatto, il controllo su buona parte del trasporto e dello scarico dei prodotti ortofrutticoli nei mercati di Giuliano, di alcune piazze siciliane e di Fondi. Un business lucroso che consentiva alle famiglie del crimine organizzato (che non hanno mollato l’osso nemmeno dopo le operazioni delle distrettuali antimafia di mezza Italia che si sono interessate del fenomeno negli ultimi sei anni) di praticare una sorta di monopolio che, questa era l’intenzione, doveva allargarsi fino a comprendere anche la piazza più ambita: quella della Capitale. Nelle carte dell’indagine della distrettuale antimafia di Napoli eseguita dagli agenti delle Dia di Roma, Salerno, Caserta e Catania infatti viene fuori che già «dal gennaio del 2009 cominciava ad apparire chiaro che il programma di espansione del gruppo capeggiato da D’Alterio prevedeva anche l’apertura di punti vendita nella Capitale. In alcune conversazioni - scrive il gip di Napoli - emergeva che era in corso l’allestimento di negozi a Guidonia e Ciampino».   «IO PREFERISCO IL BOSS» Perno dell’indagine e Salvatore D’Alterio, capace di destreggiarsi tra i rapporti complicati del crimine organizzato campano e gli affari da portare a termine nel mercato dei prodotti ortofrutticoli. Un uomo che era diventato potente Salvatore D’Alterio: così potente che in un’intercettazione un commerciante che si è visto aumentare la tariffa a causa del cambio del vettore di trasporto deciso dal clan, confessava tranquillamente che «Io per 50 euro preferisco a Salvatore». E d’altronde D’Alterio seguiva la scia di altri imprenditori che, agli ordini dei clan campani avevano gestito l’intero comparto prima di finire nella rete tesa dai giudici antimafia: il sistema era rimasto identico. In un’intercettazione delle forze dell’ordine infatti il metodo viene fuori nella sua semplicità al telefono ci sono un esponente del clan e un fornitore: «Francè allora ti pigli collera se la prossima volta che mi chiamano i bancali non li carico?» chiede con finto disinteresse un adepto del clan a un fornitore. Una domanda che provoca prima la reazione stizzita dell’imprenditore «Fai come vuoi, io 70 euro non te li pago» che torna però sui suoi passi quando l’indagato insiste sul fatto che nessuno avrebbe caricato la sua merce per portarla ai mercati e che, mercanteggiando un po’, capitola poco dopo, inchinandosi allo strapotere del clan:« E allora ascolta, i bancali settanta non li....io li posso pagare sessantacinque i bancali... con tutto ciò che li pago sessanta i bancali va....sessantacinque».   I VIAGGI DEI «PADRONCINI» A fare la voce grossa - soprattutto sul mercato di Giuliano e sul Mof di Fondi, c’era, sostengono gli inquirenti, il clan Mallardo che, negli anni, dopo i tanti colpi inflitti dalle forze dell’ordine al clan dei Casalesi, aveva, di fatto, soppiantato le famiglie di Casal di Principe. Era stato direttamente D’Alterio, dopo le operazioni della Dia del 2010 a diventare protagonista. Ed era D’Alterio uno dei cardini dell’organizzazione: secondo gli inquirenti infatti, l’imprenditore con solide basi a Latina era «monopolista delle tratte per il trasporto dell’ortofrutta dalla zona di Mondragone verso Roma e altri mercati nazionali». E il ruolo di monopolista che D’Alterio si era ritagliato era così chiaro che, attraverso alcuni complici legati ai clan di Cosa nostra in Sicilia, era riuscito a coinvolgere una serie di piccoli "padroncini" siciliani «che – scrivono i giudici – in cambio del pagamento di una provvigione, ottenevano dalla predetta, incarichi per trasporti di ortofrutta, ovvero acquisivano una posizione di monopolio su determinate tratte che collegavano i mercati meridionali e siciliani a quelli campani e del Lazio». Ma è il mercato di Giuliano in Campania il regno di incontrastato di D’Alterio e a Giuliano che – racconta il collaboratore di giustizia Pirozzi – «tutti coloro i quali esercitavano attività imprenditoriali all’interno del mercato e che avevano la necessità di un autotrasporto si dovevano obbligatoriamente rivolgere a D’Alterio, il quale a sua volta, affidava a una ditta addomesticata o comunque inserita nel contesto criminale il servizio di trasporto. Per le ditte di trasporto esterne al sistema criminale istituito presso il Mog queste dovevano corrispondere una somma per ogni pedana caricata a titolo di tangente comunamente chiamata dagli affiliati "provvigione"».

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