Un accordo ancora fragile, una pace a metà, che non risolve il caos. In Libia ci sono ancora due governi, due parlamenti opposti, con relativi gruppi armati che si combattono per controllare le città e le ricchezze petrolifere. Un primo passo è stato fatto ieri a Skhirat in Marocco, a sud di Rabat, dove l'inviato dell'Onu, lo spagnolo Bernardino Leon, è riuscito ad ottenere una vittoria parziale. Il governo di Tobruk, quello riconosciuto a livello internazionale e che rappresenta anche alcune fazioni del Paese frastagliato in numerose tribù, ha firmato l'accordo di pace e riconciliazione proposto dall'Onu. L'altra firma sul documento, oltre a quella di Leon che figura come garante, è quella della città di Misurata, alleata con la coalizione Alba Libica che controlla dallo scorso agosto la tripolitania. Il grande assente, però, è il governo islamista di Tripoli e le milizie alleate. Da parte sua, l’inviato dell’Onu ha comunque sostenuto che la firma, seppur di una sola delle parti in conflitto, rappresenta «una cornice globale per continuare la transizione politica iniziata nel 2011». Dopo la caduta di Gheddafi, infatti, la Libia è diventata una polveriera dove l’Isis e i gruppi jihadisti hanno trovato terreno fertile. Formare un governo di unità nazionale, scevro da fondamentalismi, potrebbe essere un primo passo per fermare l’emorragia di profughi che partono dalle coste libiche e l’avanzata dello Stato islamico. Il documento mediato dall’Onu, che prevede la fine dei combattimenti, propone ai gruppi rivali un periodo di transizione di un anno, in cui decidere insieme varie questioni tra cui il disarmo, il controllo degli aeroporti del Paese e scrivere una Costituzione. Leon, prendendo atto che Tripoli non ha firmato l'intesa, ha comunque voluto «lanciare il messaggio che le porte restano aperte a coloro che hanno scelto di non essere qui». Il rappresentante ai negoziati in Marocco del Parlamento di Tripoli, Mowafaq Hawas, ha sottolineato che «noi siamo ancora coinvolti nel dialogo ma non comprendiamo onestamente questa fretta a firmare l'intesa prima che tutte le parti siano d'accordo». Da Tripoli, inoltre, ieri è arrivata anche la presa di posizione contro il progetto della Tunisia che vuole costruire un muro alla frontiera con la Libia con l'obiettivo dichiarato di frenare il contrabbando e impedire il passaggio di jihadisti. In un comunicato riportato dalla stampa tunisina, Tripoli ritiene «una decisione unilaterale che suppone una flagrante violazione della sovranità nazionale libica» e avverte che la sua piattaforma armata, cioè le milizie Alba della Libia o Fajer Libya, «si riserva il diritto di intervenire in ogni momento e luogo». Nonostante le incertezze di un accordo ancora fragile, il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni ha espresso «soddisfazione per la firma. Si tratta di un passo importante verso una soluzione politica e condivisa alla crisi - ha detto - e per ripristinare condizioni di pace e stabilità in Libia». Un accordo ancora fragile, una pace a metà, che non risolve il caos. In Libia ci sono ancora due governi, due parlamenti opposti, con relativi gruppi armati che si combattono per controllare le città e le ricchezze petrolifere. Un primo passo è stato fatto ieri a Skhirat in Marocco, a sud di Rabat, dove l'inviato dell'Onu, lo spagnolo Bernardino Leon, è riuscito ad ottenere una vittoria parziale. Il governo di Tobruk, quello riconosciuto a livello internazionale e che rappresenta anche alcune fazioni del Paese frastagliato in numerose tribù, ha firmato l'accordo di pace e riconciliazione proposto dall'Onu. L'altra firma sul documento, oltre a quella di Leon che figura come garante, è quella della città di Misurata, alleata con la coalizione Alba Libica che controlla dallo scorso agosto la tripolitania. Il grande assente, però, è il governo islamista di Tripoli e le milizie alleate. Da parte sua, l’inviato dell’Onu ha comunque sostenuto che la firma, seppur di una sola delle parti in conflitto, rappresenta «una cornice globale per continuare la transizione politica iniziata nel 2011». Dopo la caduta di Gheddafi, infatti, la Libia è diventata una polveriera dove l’Isis e i gruppi jihadisti hanno trovato terreno fertile. Formare un governo di unità nazionale, scevro da fondamentalismi, potrebbe essere un primo passo per fermare l’emorragia di profughi che partono dalle coste libiche e l’avanzata dello Stato islamico. Il documento mediato dall’Onu, che prevede la fine dei combattimenti, propone ai gruppi rivali un periodo di transizione di un anno, in cui decidere insieme varie questioni tra cui il disarmo, il controllo degli aeroporti del Paese e scrivere una Costituzione. Leon, prendendo atto che Tripoli non ha firmato l'intesa, ha comunque voluto «lanciare il messaggio che le porte restano aperte a coloro che hanno scelto di non essere qui». Il rappresentante ai negoziati in Marocco del Parlamento di Tripoli, Mowafaq Hawas, ha sottolineato che «noi siamo ancora coinvolti nel dialogo ma non comprendiamo onestamente questa fretta a firmare l'intesa prima che tutte le parti siano d'accordo». Da Tripoli, inoltre, ieri è arrivata anche la presa di posizione contro il progetto della Tunisia che vuole costruire un muro alla frontiera con la Libia con l'obiettivo dichiarato di frenare il contrabbando e impedire il passaggio di jihadisti. In un comunicato riportato dalla stampa tunisina, Tripoli ritiene «una decisione unilaterale che suppone una flagrante violazione della sovranità nazionale libica» e avverte che la sua piattaforma armata, cioè le milizie Alba della Libia o Fajer Libya, «si riserva il diritto di intervenire in ogni momento e luogo». Nonostante le incertezze di un accordo ancora fragile, il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni ha espresso «soddisfazione per la firma. Si tratta di un passo importante verso una soluzione politica e condivisa alla crisi - ha detto - e per ripristinare condizioni di pace e stabilità in Libia».
Libia, accordo di pace senza Tripoli Accordo di pace senza Tripoli
Un accordo ancora fragile, una pace a metà, che non risolve il caos. In Libia ci sono ancora due governi, due parlamenti opposti, con relativi gruppi armati che si combattono per controllare le città...