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C’è chi lucra sulla tragedia di Ustica

Oggi l’anniversario. Nei guai i commissari liquidatori dell’Itavia: sono accusati di aver fatto lievitare i propri compensi STRAGE DI BOLOGNA "Era seria la pista palestinese"

Lo scandalo nella tragedia. I familiari delle 81 persone morte il 27 giugno 1980 nella strage di Ustica stanno ancora aspettando di sapere quali sono state le cause che fecero esplodere in aria e precipitare in mare il Dc 9 decollato dall'aeroporto di Bologna e diretto a Palermo. Nel frattempo, in 35 anni esatti di processi e carte bollate, si sono fatti spazio gli «squali». Proprio nel giorno in cui ricorre l'anniversario della strage, la procura di Roma ha concluso le indagini sui tre commissari liquidatori dell'Itavia Aerolinee spa accusati di abuso d'ufficio. All'avvocato napoletano Antonio Guarino, all'ingegnere Andrea Carli e al commercialista Roberto Serrentino (entrambi residenti a Roma) è stato notificato il 415 bis, l'avviso di chiusura delle indagini preliminari, anticamera della richiesta di rinvio a giudizio. Avrebbero incontrato persino il capo di gabinetto della presidenza del Consiglio pur di far lievitare i propri compensi, per un totale di 6 milioni di parcella. L'inchiesta giudiziaria, coordinata dal procuratore capo Giuseppe Pignatone e dal suo sostituto Laura Condemi, prende le mosse da un contenzioso civile. Il 4 gennaio 2013 la Corte d'appello di Roma ha condannato i ministeri della Difesa, dei Trasporti e dell'Interno a risarcire in solido 265.154.431 euro alla compagnia aerea Itavia, riconoscendo nel lancio di un missile «la causa più probabile della strage». La società – attualmente in amministrazione straordinaria – aveva fatto causa allo Stato già nell’aprile del 1981, sostenendo che la causa scatenante della crisi finanziaria della compagnia fosse stato il disastro aereo. Nominati il 4 aprile 2007 commissari liquidatori della società dal ministero dello Sviluppo economico, Guarino, Carli e Serrentino, avrebbero «agevolato una soluzione transattiva», che prevedeva la possibilità per i Ministeri di pagare una somma complessiva di 104.905.903 euro, inferiore di ben 150 milioni rispetto a quella stabilita dai giudici di secondo grado. Un'iniziativa che aveva un'indubbio vantaggio per lo Stato italiano, ma che, secondo la Procura, nascondeva un interesse personale per i pubblici ufficiali. La transazione prospettata aveva «l'esclusivo fine – si legge nel capo d'imputazione - di ottenere il riconoscimento di 2 milioni di euro ciascuno a titolo di onorario, somma assai più consistente rispetto a quella che il ministero dello Sviluppo Economico avrebbe potuto liquidare loro e affatto commisurata all'impegno profuso nella procedura, prospettando implicitamente che la previsione di tale compenso all'interno dell'atto di transazione costituiva condizione necessaria al buon esito della trattativa». Guarino, Carli e Serrentino sono stati intercettati dalla Squadra Mobile di Roma alla fine del 2013 mentre incontravano funzionari ministeriali per concordare la bozza di transazione con l’Itavia. Nelle conversazioni captate si parla della copertura dei circa 104 milioni da risarcire con «un’addizionale sull’alcool o sui tabacchi, piuttosto che sulla benzina». A dicembre la Polizia sequestra dei documenti della procedura Itavia e i commissari scoprono l’esistenza dell’indagine. La transazione, già pronta in bozza, viene così stoppata definitivamente. Tuttavia, la «retromarcia» non è bastata a salvare i tre commissari liquidatori dall'imputazione di abuso d'ufficio. I pm contestano loro di aver «ritardato la notifica della sentenza al fine di evitare il decorso del termine breve per l'impugnazione, attivando plurimi e continuativi contatti telefonici e personali».

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