Da Ancona il traghetto arriva a Spalato in una notte. Poi, un’ora e mezza di pullman per arrivare a Medjugorje e subito il panorama cambia dentro e fuori di te. E davvero non c’è una spiegazione, non si tratta solo di avere fede, o no, nei sei veggenti (Ivanka Ivankovic, Mirijana Dragicevic, Vicka Ivankovic, Ivan Dragicevic, Marija Pavlovic e Jakov Colo) che continuerebbero (almeno alcuni di loro) a vedere la Madonna da quel lontano 24 giungno 1981. In quel posto si respira un’aria strana: di quel paese pietroso e selvaggio, insaguinato negli anni ’90 dalla guerra civile, restano solo pochisime case. Nella valle circondata da colli aspri, tra il Kravice e la Neretva, sorge ora la nuova Medjugorje, nata nell’arco di 20 anni, tra villette circondate da curatissimi giardini, pensioni e alberghi a quattro stelle (spesso gestiti da pellegrini italiani che hanno unito alla fede il business facendo salire il prezzo di abitazioni e terreni). E poi, negozi di rosari, statuine, paramenti sacri, libri religiosi. E ancora bracerie, birrerie e miriadi di pellegrini che pullulano nelle vie tra la Cattedrale di San Giacomo ed i due colli, il Podbrdo (la collina delle apparizioni) ed il Krizevac, le cui pendici sono animate, notte e giorno, da migliaia di persone che si accampano, all’aperto, sotto un monte inospitale, nella speranza di vedere le apparizioni o di ricevere il miracolo. Ed è facile testimoniare con gli altri pellegrini la danza del sole che si oscura misteriosamente: suggestione collettiva? Per raggiungere la Croce del monte Krizevac si cammina lungo le stazioni della via Crucis: non importa se piove e c’è fango, o se il sole ti brucia la pelle. Tutto intorno, il fervore delle preghiere. Tra le scansioni dei misteri del Rosario, l’attesa e l’emozione fortissima per l’arrivo delle veggenti, migliaia di Rosari si sollevano verso il cielo per salutare la Vergine che appare. E poi, quando la Madonna se ne va, le veggenti divulgano il nuovo messaggio: l’ultimo, quello del 2 giugno scorso, ma, alla fine, le raccomandazioni lasciate dalla Vergine alle veggenti per i pellegrini si somigliano un po’ tutte: preghiera quotidiana, digiuno il mercoledì e il venerdì per chi può farlo; lettura quotidiana della Bibbia; confessione, almeno una volta al mese, Eucarestia tutti i giorni, ma soprattutto credere nell’amore. I preti pronti a confessare sono tanti, molti giovani e belli, ti aspettano con pazienza perché sanno che prima o poi ti inginocchierai davanti a loro per chiedere l’assoluzione. Ed è vero. Il desiderio di convertirsi, davvero, con il cuore, è uno dei sentimenti più coinvolgenti che si provano a Medjugorje. È luogo di conversione: questo è certo. L’anelito di purificazione, di migliorare e coltivare la propria sopita spiritualità è trascinante, anche per persone che (come me) non hanno ricevuto il dono delle apparizioni. Le file di pellegrini davanti ai confessionali sono inenarrabili: ognuno aspetta il proprio turno, polacchi, sloveni, spagnoli, cechi portoghesi, messicani, austriaci, svizzeri, italiani, cinesi e sudcoreani. Nei loro volti si legge smarrimento e solitudine per una coazione a ripetere che da anni non soddisfa più le loro vite: reduci da amoralità routinarie, economie che ti illudono a spendere e a produrre, rivalità esasperate tra gente che litiga per un nonnulla, mentre la povertà domina su tutto. Allora, la potenza di Medjugorje prende forza, acquista senso e ti senti sola davanti a Dio, speranzosa e piena di fede per quella conversione che ti ha aperto il cuore.
Gli occhi al sole e la visione È il villaggio dell’anima
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