Attualità

Una visione della mamma bosniaca «La Madonna m’ha detto dov’erano»

LEGGI ANCHE Ora buttate la chiave. Ve lo chiede Roma

«Sono stata io a chiamare la polizia. Adesso l’incubo è finito». Nel volto di Sefica la sensazione di quiete. La calma di chi ha attraversato la tempesta. «Ho fatto ciò che avevo detto» afferma la mamma dei due ragazzi che erano a bordo della macchina che mercoledì scorso ha travolto 9 persone uccidendone una. Occhi scuri, maglia sporca, capelli arruffati e rughe in viso. Sefica Halilovic (nella foto Gmt), dopo l’arresto dei suoi due figli, sembra essere finalmente serena.     IL MIRACOLO Ha affrontato giorni difficili: «Ieri ho bevuto un po’, stavo anche pensando di tagliarmi la gola ma poi ho sentito una voce. Io sono devota alla Madonna» spiega la signora mostrando, per contrastare l’incredulità dei cronisti, l’anello d’oro con l’immagine della Vergine. Senada, la figlia, sfoggia il gioiello mostrando la mano destra. Il prezioso in oro contrasta con gli altri ornamenti di dubbio valore. Le due donne mettono in mostra diverse immagini votive prendendole dalle tasche delle lunghe gonne e dei pantaloni. «Ho capito dov’erano i miei figli, l’ho scoperto proprio quando ero disperata, di notte» continuano a raccontare le due donne. «Ero proprio qui – dice Sefica indicando la piazzola antistante la sua baracca in legno, una piccola casetta costruita tra la roulotte della figlia e quella dell’ex marito Bahto. «Ieri avevo paura che mia madre si tagliasse la gola con un coltello, poi è arrivata la Madonna» fa eco la figlia. «Da quando è accaduto il fatto io ho sempre pregato e cercato i ragazzi – continua Sefica - Ho anche lanciato appelli affinché i miei figli tornassero a casa. Lo avevo detto subito che li avrei consegnati alla polizia». In vero, nei giorni scorsi, la donna, quando era seduta nel suo divano, mentre tra una stufa a legna, un piano cottura e 2 bombole a gas scorrazzavano numerosi bambini, aveva detto che si sarebbe rivolta ai carabinieri della caserma Casalotti: «La polizia li picchia i carabinieri no».     «LORO NON RUBANO» Invece ieri Sefica e la figlia avevano un’idea diversa: «La polizia è stata molto gentile, gli abbiamo chiesto di non fargli del male e di non mettere le manette. Sono due bravi ragazzi. Non rubano. Lavorano il ferro, sgombrano le cantine quando qualcuno li chiama e vendono gli oggetti tra le bancarelle dei mercatini». «I ragazzi erano in un campo vicino la scuola, tra le erbacce, proprio da queste parti ma noi in questi giorni non li abbiamo mai sentiti - raccontano le due donne – Il cellulare lo aveva la polizia. Non hanno mangiato e bevuto per 5 giorni. Avevamo paura che avessero perso la memoria o fossero feriti dopo l’incidente». «Quando mia madre è arrivata nei campi – spiega Senada – ha iniziato a gridare i nomi dei ragazzi. Come ha fatto in questi giorni. Così li ha trovati e ha chiamato la polizia». «Li abbiamo consegnati noi - ci tengono a sottolineare le due donne – ora siamo più serene. Avevamo paura per i nostri figli. Pensavamo che i filippini venissero con i bastoni». «Mio padre Bahto invece è in ospedale – dice la sorella degli arrestati – Mi ha chiesto di accompagnarlo ma io ho detto che era meglio chiamare un’ambulanza. Lui si è rifiutato e così ho chiamato un taxi e l’ho pagato di tasca mia. Se quella sera avessimo fatto lo stesso tutto ciò non sarebbe accaduto. Era meglio che mio padre stesse male, ora la vita dei miei fratelli è rovinata».     LE CONTRADDIZIONI Tralasciando l’avvento della Madonna, la versione di Sefica non si discosta molto da quella fornita dalla polizia durante la conferenza stampa indetta ieri presso la sede della Questura. Ci sono però diversi tasselli che non tornano. Troppe sono le contraddizioni. Il padre ha ammesso subito di essere alla guida del mezzo salvo poi ritrattare la versione fornita. Il cugino afferma che i ragazzi stavano accompagnando il padre in ospedale ma gli inquirenti non sono sicuri che Bahto fosse in macchina. La sorella cerca di convincerci dicendo che il padre era al volante ed è scappato in quanto la patente gli è stata ritirata perchè guidava in stato di ebrezza. La donna però si confonde durante il racconto dicendo che «è stato un incidente. Mio fratello non voleva uccidere nessuno». Troppe le versioni fornite e ritrattate. Molte le dinamiche che ruotano intorno alla scelta, se così è andata veramente, di consegnare i ragazzi alla polizia. Forse sono state proprio i meccanismi interni al campo rom ad avere spinto Sefica ad affidare i suoi figli alle forze dell’ordine.     INDESIDERATI «Finita questa confusione la famiglia se ne deve andare – dice un signore che da 18 anni abita nel campo – Hanno creato troppi problemi. Noi qui siamo sempre andati d’accordo con tutti. Per colpa loro abbiamo paura. Non siamo andati a lavorare - continua l’uomo – io sgombro cantine e mi chiamano anche persone che non conosco. Che succede se quando arrivo in un posto mi accorgo che è una trappola e mi picchiano con i bastoni?». «Io vado a fare la spesa tardi, quando qualcuno mi accompagna – interviene la moglie – i miei figli mangiano alle 14 e non vanno più a scuola». Verso le 13 un pullmino giallo si ferma davanti al campo: «Servizio scuola» recita l’insegna luminosa. Dal mezzo nessuno sale e nessuno scende. «È così da diversi giorni» dice l’autista. Le persone che risiedono al campo non gradiscono la famiglia che ha creato così tanti problemi: «Chi sbaglia paga» afferma un altro signore sulla quarantina. Le sensazioni, forse, sono ben visibili: «Qualcuno mi ha bucato le ruote della macchina – fa notare la sorella degli arrestati indicandoci un minivan nero – Non la uso da parecchio tempo. Sicuramente è per quello che è successo, per l’incidente. Ora vado dal gommista ma dovrò spendere almeno cento euro». Forse sono stati proprio i membri della comunità a convincere la donna. Una persona costretta, da una situazione di tensione interna al campo rom, a consegnare i suoi figli.     IL DOLORE DEI FILIPPINI Dinamiche che importano relativamente alla famiglia della vittima. Il fratello ha anche provato invano ad andare al campo rom: «Vorrei abbracciare i ragazzi per fargli sentire che non li odio». «La famiglia – afferma il legale di fiducia Valentina Chianello – sta pensando agli aspetti burocratici. Una delle due figlie doveva fare gli esami di terza media e adesso stiamo chiedendo se sia possibile rinviarli a settembre. Poi ci stiamo occupando del rimpatrio della salma. I parenti – continua l’avvocato – saranno contenti solo dopo la sentenza. Al momento sperano solo che gli inquirenti non li rilascino». «Non finisce qui. Vogliamo giustizia e speriamo che si faccia qualcosa per la sicurezza di tutti i cittadini» affermano i familiari.

Commenti

I commenti non sono al momento disponibili e saranno ripristinati non appena possibile. Grazie per la pazienza.