Erano vicini a un furgone in sosta sulla strada. I due carabinieri di pattuglia si sono insospettiti ed è scattato il controllo. Ma uno dei senegalesi non ha «gradito» l’intervento e si è lanciato contro un maresciallo del nucleo radiomobile impugnando un cacciavite. Con quello l’ha colpito al torace e al volto. La prima ferita è superficiale, per fortuna. La seconda, invece, vicino allo zigomo, più profonda. Nella colluttazione è rimasto contuso anche il carabiniere che era in servizio con il sottufficiale. È accaduto ieri mattina verso le otto in via Mura degli Zingari, nella zona di Principe, a Genova. Il feritore si è dato alla fuga assieme al connazionale che era con lui, ma la coppia è stata bloccata nei presi della stazione Marittima da altri militi e da alcuni agenti che si trovavano in zona per la festa della Polizia. I due fermati sono stati accompagnati nella stazione dell’Arma di San Teodoro e il feritore rischia l’accusa di tentato omicidio. Il maresciallo è ricoverato al pronto soccorso dell’ospedale Galliera. La sua vita non è in pericolo. Ma non è la prima volta che rappresentanti delle forze dell’ordine o semplici cittadini vengono aggrediti da stranieri. Il caso più eclatante, rimasto scolpito nella memoria collettiva del Belpaese, è quello di Adam «Mada» Kabobo, il ghanese trentunenne che l’11 maggio 2013 uccise tre passanti a colpi di piccone a Milano. Kabobo per quel triplice delitto venne condannato a 20 anni di reclusione e a un periodo non inferiore a tre anni di casa di cura e custodia. Irregolare, con precedenti per resistenza, rapina, furto e droga, quel sabato mattina il ghanese si scagliò contro un ventiquattrenne che tornava dal lavoro e lo prese a sprangate, ferendolo. Poi fece la stessa cosa con un cinquantenne. Nessuno diede l’allarme. A quel punto Kabobo rubò un piccone in un cantiere e continuò il suo percorso, questa volta mortale: uccise «in serie» un pensionato di 64 anni, un quarantenne seduto davanti al bar e un ventunenne che scaricava giornali con suo padre. Il ghanese era stato fermato il 15 aprile precedente nel capoluogo lombardo. Pur essendo privo di documenti, le forze forze dell’ordine gli presero le impronte ma non poterono avviare la procedura di espulsione perché aveva fatto richiesta di asilo politico appena giunto in Italia (nel luglio del 2011). Richiesta rigettata dalla Commissione territoriale e però sulla quale lo straniero aveva presentato ricorso, ancora pendente all’epoca al tribunale di Bari. Il 2 settembre 2014 a Jesi un giovane nigeriano, Precious Omobogbe, 25 anni, si aggirò di notte armato di due machete per la cittadina, minacciando di decapitare i passanti. Un altro episodio che colpì molto l’opinione pubblica avvenne a Terni lo scorso 15 marzo. David Raggi, 27 anni, fu ammazzato con un colpo di bottiglia rotta al collo mentre stava passando in una delle piazze del centro. La polizia arrestò Amine Aassoul, marocchino di 29 anni rintracciato poco distante dal luogo dell’aggressione a dorso nudo e in stato di agitazione. Aassoul, particolare significativo, era stato espulso nel 2007 ma era tornato in Italia dopo una traversata su un barcone nel Mediterraneo: gli avevano respinto la richiesta di asilo politico, ma anche lui aveva fatto ricorso. Per questo, aveva spiegato il ministro dell’Interno Angelino Alfano, «non ci poteva essere l’espulsione». I casi sono tanti e ci vorrebbe un libro per raccontarli tutti. Ma troppo spesso dietro omicidi e ferimenti c’è uno straniero che non avrebbe dovuto essere in quel posto in quel momento.
Senegalese accoltella un carabiniere
Fermato con un suo connazionale in strada a Genova per un controllo. Il maresciallo dell’Arma colpito al torace e al volto con un cacciavite
