Mentre in Campidoglio si celebrava il «weeding day» con l’iscrizione delle prime coppie omosessuali nel registro di Roma Capitale, oggi gli irlandesi sono chiamati a votare per il referendum sulle nozze gay. Il tema non poteva rimanere fuori dal dibattito dei vescovi italiani riuniti per l’assemblea generale. Il presidente della Cei, che già nella sua prolusione iniziale aveva ribadito la contrarietà alla teoria gender, ieri ha sottolineato che le nozze omosessuali sono un «vulnus», un indebolimento della società. «Cosa comporterebbe per il Vaticano una vittoria dei sì in Irlanda? Il punto è cosa comporta per la famiglia - ha detto il cardinale Angelo Bagnasco - Se la famiglia è fondamento, principio originario della società e dello Stato, che non crea la famiglia ma la riconosce, la tutela e la promuove, come afferma la Costituzione, allora qualunque assimilazione di nuclei umani alla realtà familiare non fa bene alla famiglia ma nemmeno alla società». L’arcivescovo di Genova ha ricordato recenti parole del Papa: «Indebolire la famiglia significa indebolire la società». Ed ha parlato dei figli che «non sono mai un oggetto ma un dono, perché sono persone. La famiglia è culla della vita ma anche la prima e fondamentale scuola di società e socialità, cioé di virtù, religiose se ci sono, ma anche umane e civili. La tenuta della società - ha aggiunto il porporato - dipende non solo dalle buone leggi, che pure servono, ma proprio dalla famiglia, palestra in cui grandi e piccoli si allenano a dialogare, a capirsi, a sostenersi, ad aspettare i tempi degli altri. Se si spegne questo dialogo di generazioni e di genere, è inevitabile il riflesso negativo sulla società». In riferimento al prossimo Sinodo sulla famiglia, il cardinale Bagnasco ha spiegato che le risposte delle diocesi al questionario non saranno rese pubbliche, seguendo le indicazioni della Segreteria (non rispettate, peraltro, da altre Conferenze episcopali) ma ha confermato che ci sono anche in Italia i problemi di «scollamento» tra dottrina e pratica registrati in altri Paesi. Intanto alla Chiesa italiana arrivano meno soldi dai fondi dell’8 per mille. Nel 2015 alla Cei andrà meno di un miliardo, esattamente 995.462.448 euro, quasi 59 milioni in meno rispetto all’anno precedente, quando i fondi ammontarono a 1 miliardo e 54 milioni. «Le cause sono tre - ha spiegato il cardinale Bagnasco - la prima è di carattere generale, legata ad una diminuzione di gettito. La seconda è il conguaglio negativo di circa 17,5 milioni erogati in più lo scorso anno e che lo Stato ha giustamente trattenuto. La terza è una diminuzione delle firme pari a circa il 2%». Per far «quadrare i conti» i vescovi italiani hanno lavorato sulle varie voci di ripartizione. Venti milioni sono stati tolti dal capitolo dell’edilizia di culto per le nuove chiese. Dieci milioni in meno al fondo per la catechesi e l’educazione. Dove i vescovi non solo hanno deciso di non tagliare ma anzi di aumentare lo stanziamento è nel capitolo degli interventi caritativi. Dieci milioni in più, da 130 a 140, alle diocesi «che sono in frontiera - ha sottolineato il presidente della Cei - con i centri di ascolto, le mense e così via» e altri dieci (da 30 a 40) alle «esigenze di rilievo nazionale». »Al Terzo Mondo sono stati destinati 85 milioni. Il taglio più consistente, ben 50 milioni, è quello al sostentamento del clero sceso da 377 a 327 milioni. E da quando Bagnasco è alla guida della Cei, circa 7 anni, sacerdoti e vescovi non hanno visto un centesimo di aumento.
Bagnasco: "Quelle nozze colpo alla società"
Il presidente dei vescovi: "Non fa bene a nessuno assimilare alla famiglia qualsiasi tipo di nucleo"
