«Massimo Carminati è famoso non per quello che ha fatto ma per quello che non ha fatto. È stato calunniato da gente come Maurizio Abbatino e, in generale, dagli ex della Banda della Magliana, che sono stati vezzeggiati e coccolati dai vari procuratori della Repubblica al solo scopo di accusarlo». Giosuè Naso, l’avvocato di quello che per la Procura di Roma è il boss indiscusso di Mafia Capitale, attende soltanto che inizi il processo. «A porte aperte», precisa, «perché l’esistenza di una associazione mafiosa qui, a Roma, così come rappresentata negli atti giudiziari è semplicemente risibile». È una sfida, quella che lancia il difensore di “Er Cecato” ai dominus dell’indagine: il procuratore capo Giuseppe Pignatone e l’aggiunto Michele Prestipino. L’inchiesta, condotta sul campo dai carabinieri del Raggruppamento operativo speciale Lazio (Ros) ha, tuttavia, dimostrato l’esistenza di un’associazione mafiosa così come descritta dall’articolo 416bis del codice penale. Confermata, tra l’altro, in sede cautelare sia dal giudice per le indagini preliminari, sia dal Tribunale del Riesame e dalla Corte di Cassazione. Tre diversi gradi di giudizio che hanno sottolineato la bontà dell’impianto accusatorio. L’ultimo giudizio, quello delle toghe del Palazzaccio, infatti, rappresenta una sorta di montagna giuridica, che difficilmente le difese riusciranno a scavalcare. «Non ho presentato ricordo in Cassazione per Carminati – aggiunge Naso – proprio perché temevo un giudicato che riconoscesse l’associazione mafiosa. Ho anche provato a rappresentare questa mia contrarietà ai miei colleghi avvocati al fine di non ricorrere contro la decisione del Riesame», spiega. L’obiettivo di Naso è il dibattimento, «a porte aperte, perché tutti sappiano. Quando avremo l’opportunità di confrontarci con la Procura davanti a un Tribunale che non coltivi un pregiudizio sono convinto che emergerà l’insussistenza dell’ipotesi associativa». Non nega che «emergeranno altri fatti, come le corruzioni», «ma non la mafia». Uno dei problemi principali in questo procedimento giudiziario che sta scuotendo la Regione Lazio e il Comune di Roma Capitale, è - per Naso - «il provincialismo culturale» attorno alla figura di Massimo Carminati. Un alone di mistero fomentato dalle accuse di essere l’esecutore dell’omicidio del giornalista Mino Pecorelli e di aver depistato le indagini sulla strage di Bologna. Fatti che «hanno reso famoso – aggiunge il legale – Carminati. Ma è incredibile che questa fama derivi da fatti che non ha compiuto. Carminati è famoso per non essere stato l’assassino di Pecorelli su mandato di Giulio Andreotti, o per non aver compiuto alcun depistaggio nelle indagini sulla strage di Bologna. È stato sempre assolto, tranne una condanna per una rapina nel 1979 e il furto al caveau della filiale della Banca di Roma, all’interno del Tribunale di Roma». Poi l’affondo alla magistratura: «È stato esclusivamente calunniato da alcuni ex della Banda della Magliana, che sono stati vezzeggiati e coccolati da procuratori della Repubblica». Dito puntato contro «determinate procure», che hanno creato «la fama di Carminati», come gli uffici requirenti di «Perugia e Bologna, che hanno avuto come ispiratrice la Procura di Roma». «Io – conclude Naso – non mi acculturo sui libri di Giancarlo De Cataldo (magistrato e autore, tra i numerosi romanzi, di “Romanzo criminale”, ndr) o sulle inchieste giornalistiche. Io lavoro sugli atti giudiziari».
"Calunnie su Carminati dagli ex Magliana"
L’avvocato del presunto boss: Abbatino e gli altri "coccolati" dalla Procura
