Ma quando Fedez prende a parlare chi è? Federico? Fernando? O Lucia? Uno, nessuno o centomila? Mi scuso con Pirandello ma questo cantante, si fa per dire, con la pelle ricoperta di tatuaggi mille, come i suoi pensieri, le sue parole, un frullato misto, spesso mesto, roba che viene spacciata da alcuni critici, come rivoluzionaria ed interessante, innovativa, creativa, un aggettivificio per il quale uno potrebbe anche pensare di trovarsi di fronte a un genio, a un artista di quelli che è necessario, doveroso inchinarsi. Fedez rappresenta il meglio del peggio o il peggio del meglio di una generazione che ha bisogno del rap perché non sa più scrivere una lettera, mettere insieme non un pensiero ma una frase con soggetto, verbo, complemento oggetto. Dice, il Federico, con lui Fernando e anche Lucia, che soltanto quattro giornalisti di cinquant’anni hanno travisato il suo pensiero sui disordini milanesi. Dunque è un problema di età, non di verità, il cinquantenne non ha diritto di vita e di scrittura per il ragazzino di Milano-Buccinasco che, invece, verga testi aulici e propone riflessioni ardite al punto che rileggendo le parole delle sue canzoni, si fa sempre per dire, torna alla mente, agli ultracinquantenni, la frase che Groucho Marx riservò a un critico feroce: «Sono seduto nella stanza più piccola della mia casa e ho davanti a me il tuo scritto che tra trenta secondi sarà dietro di me».
Fedez incompreso. «Colpa dei cinquantenni»
Angela Proietti Ma quando Fedez prende a parlare chi è? Federico? Fernando? O Lucia? Uno, nessuno o centomila? Mi scuso con Pirandello ma questo cantante, si fa per dire, con la pelle ricoperta di...
