I soliti, immancabili Black bloc mettono a ferro e fuoco Milano in un Primo maggio che rimarrà sull’albo nero del nostro Paese e ugualmente immancabili arrivano le richieste di dimissioni per il ministro dell’Interno. Angelino Alfano, però, si spezza, ma non si dimette. Ha le spalle grosse, lui: in due anni al vertice del dicastero ha collezionato una serie di figuracce da fare invidia all’ispettore Clouseau. Il 28 aprile 2013 Alfano viene nominato ministro dell’Interno e vicepresidente del Consiglio dei ministri nel primo governo di «Große Koalition» italiano, quello di Enrico Letta. Il 16 luglio 2013 ad un Alfano visibilmente in difficoltà tocca riferire in Parlamento sulla vicenda dell’arresto e del rimpatrio della moglie e della figlia del dissidente kazaco Mukhtar Ablyazov. I fatti: il 28 maggio 2013 Alma Shalabayeva viene arrestata dagli agenti della Questura di Roma, insieme alla figlia di sei anni, in una villa a Casal Palocco, alla periferia di Roma. Le forze dell’ordine, che cercavano suo marito, agiscono su richiesta delle autorità del Kazakistan. Ablyazov non era in casa, la Shalabayeva viene accusata di possedere un passaporto falso (sull’autenticità nascerà poi un giallo). Il 31 maggio la donna e la bambina vengono imbarcate su un aereo diretto in Kazakistan, messo a disposizione dal presidente kazaco Nursultan Nazarbaev, e trasportate nella città di Almaty, agli arresti domiciliari. Insomma l’Italia ha consegnato moglie e figlia di un dissidente allo Stato che lo perseguita. Alfano afferma di non saperne nulla, Giuseppe Procaccini, capo di gabinetto del Viminale, smentisce. Procaccini, presentando le sue dimissioni, dichiara che in realtà aveva informato Alfano. Pioggia di richieste di dimissioni del ministro, regolarmente respinte. Resta il fatto che l’Italia, traboccante di clandestini, ha agito nei confronti di una bambina di sei anni e di sua mamma. Il 18 ottobre 2013 Alfano inaugura l’operazione militare e umanitaria «Mare nostrum»: per lui un successo, per altri una tragedia. Ai posteri... Il 22 febbraio 2014 , dopo una serie di piroette politiche (che per molti sanno di tradimento) e la nascita dell’Ncd, entra nel governo Renzi, rimanendo ministro dell’Interno. Il 9 marzo 2014 , dopo un triplice omicidio a Lecco, vittime tre sorelline, il ministro annuncia ai microfoni di Sky la caccia serrata e la punizione implacabile del colpevole: «Non daremo scampo all’assassino». Poche ore prima la responsabile, la madre delle piccole, aveva confessato ed era già stata arrestata. Il 7 ottobre 2014 il ministro invia una circolare a tutti i prefetti d’Italia affinché invitino formalmente i sindaci a cancellare dai registri di stato civile, ove effettuate, le trascrizioni dei matrimoni gay celebrati all’estero. Immancabile la valanga di proteste. Il 9 aprile 2015 gran finale: in Prefettura a Milano è in corso il Comitato nazionale per l’Ordine e la sicurezza pubblica, in vista anche dell’Expo. Presenti il ministro Alfano, il presidente della Regione Lombardia Roberto Maroni e il sindaco Giuliano Pisapia. La riunione è interrotta dalla strage al Tribunale. Diciamolo: questo Expo milanese è nato sotto una cattiva stella, proprio nel giorno in cui Angelino Alfano concerta, con la corte dei miracoli della sicurezza, le (evidentemente fragili) misure per la grande kermesse, un pazzo armato si infila senza problemi in quello che dovrebbe essere uno dei luoghi più sicuri della città.
Shalabayeva e non solo Gli scivoloni di Angelino
I soliti, immancabili Black bloc mettono a ferro e fuoco Milano in un Primo maggio che rimarrà sull’albo nero del nostro Paese