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«Non indagò sulla cosca Quel pm va processato»

Chiesto il giudizio per Francesco Mollace

Processate quel magistrato. I sostituti procuratori della Repubblica di Catanzaro, Gerardo Dominijanni e Domenico Guarascio, hanno chiesto il rinvio a giudizio, con l’accusa di corruzione in atti giudiziari, per il pm Francesco Mollace, oggi alla procura generale della Corte d’appello di Roma e fino a pochi anni fa sostituto procuratore di Reggio Calabria. Stessa richiesta per Luciano Lo Giudice, fratello del boss pentito Nino, e per Antonino Spanò, proprietario di una cantiere nautico a Reggio Calabria. Mollace è accusato di non aver indagato, negli anni in cui era pm nella Città dello Stretto, sull’esistenza della cosca Lo Giudice, e di non aver riaperto le indagini, pur avendo in mano le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Maurizio Lo Giudice (terzo fratello) e Paolo Iannò, sull’omicidio di Angela Costantino, moglie del boss Pietro Lo Giudice. La storia che potrebbe costare il processo a Mollace, scaturisce da alcune rivelazioni di Nino Lo Giudice. Il pentito, dopo essersi autoaccusato di essere il regista delle bombe esplose nel 2010 contro la procura di Reggio Calabria e la casa del procuratore Salvatore Di Landro, nonché dell’intimidazione ai danni dell’attuale capo della procura di Roma, Giuseppe Pignatone, all’epoca procuratore nella stessa città, puntò il dito contro Mollace e l’ex procuratore aggiunto della Dna, Alberto Cisterna, indicandoli come magistrati legati al fratello Luciano «per motivi illeciti e convenienze». Affermazioni sempre smentite sia da Cisterna, che parlò di «fantasia probabilmente indotta e malcostruita», che da Mollace, che reagì parlando di «calunnie e bugie» e di una «cabina di regia che manovra e dirige Nino Lo Giudice». Cisterna, inoltre, venne accusato dallo stesso collaboratore di giustizia, di avere preso soldi da Luciano per favorire la scarcerazione di Maurizio. Accusa finita nel nulla, con l’archiviazione per il magistrato su richiesta della stessa procura. Puntato il dito contro Mollace e Cisterna, il pentito, successivamente, ritrattò tutto e in un memoriale la sparò grossa dicendo di aver confessato «perché manipolato» da vari investigatori che facevano parte, sempre secondo Lo Giudice, del «troncone di magistrati» opposto a quello formato, tra gli altri, da Mollace e Cisterna. Dichiarazioni, quelle del pentito, rimaste sempre totalmente prive di riscontri. È questo lo scenario che fa da sfondo alle altre accuse a Mollace, relative all’omicidio di Angela Costantino, sul quale il magistrato, secondo i pm catanzaresi, non avrebbe indagato nonostante le rivelazioni di Maurizio Lo Giudice e Iannò, e ricevendone in cambio, scrive la procura di Catanzaro, la «dazione gratuita dei servizi di manutenzione e rimessaggio dei natanti ormeggiati nel cantiere di Calamizzi, gestito e diretto da Spanò e Luciano Lo Giudice». Angela Costantino aveva 25 anni quando venne fatta sparire e poi strangolata nel 1994. Sotto accusa per l’omicidio finirono, ma nel 2012 (le prime dichiarazioni di Maurizio Lo Giudice risalgono al 1999) Bruno Stilo e Fortunato Pennestrì, condannati a 30 anni come mandante ed esecutore. Nel corso del processo contro il clan lo Giudice, l’attuale procuratore capo di Reggio, Federico Cafiero de Raho, e il sostituto Ronchi (che riaprì le indagini sull’omicidio), posero alcune domande a Mollace relative al clan e alla sua attività investigativa in quegli anni. Il magistrato, sentito come testimone, rispose sottolineando che contro quella cosca agì eccome, ricordò le richieste d’arresto per la scomparsa della Costantino e anche i mancati riscontri da parte del gip alle affermazioni di Maurizio Lo Giudice. Dichiarazioni sulle quali il pm Ronchi svolse degli accertamenti, giungendo alla conclusione che ci fossero molte serie incongruenze. Tanto che il presidente del tribunale, Silvia Capone, fece mettere a verbale quelle che chiamò le «falsità delle affermazioni di Mollace». Dopo qualche settimana, lo stesso Mollace inviò una lettera al tribunale per spiegare di avere effettivamente rammentato, e dunque riferito male, alcune circostanze. Mollace, dopo la richiesta di rinvio a giudizio, ha parlato di «spazzatura» e si è detto certo di riuscire a dimostrare la sua totale estraneità ai fatti.

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