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Tribunale blindato per Bossetti

Angela Di Pietro Si svolgerà in un tribunale blindato l’udienza preliminare prevista per domani nei confronti di Massimo Giuseppe Bossetti, 44 anni, accusato di aver ucciso la ginnasta tredicenne...

Si svolgerà in un tribunale blindato l’udienza preliminare prevista per domani nei confronti di Massimo Giuseppe Bossetti, 44 anni, accusato di aver ucciso la ginnasta tredicenne Yara Gambirasio il 26 novembre di cinque anni fa. Cinquantanovemila pagine di inchiesta, 8 milioni di euro spesi, 18.000 dna compiuti in tutta Italia: sono questi i numeri dell’indagine più sofisticata che sia portata avanti negli ultimi anni, pur con qualche inciampo. Il Palazzo di Giustizia di Bergamo è stato sopposto ad accurate misure di protezione in vista dell’udienza davanti al Gup Ciro Iacomino: studiato un percorso alternativo che permetta a Bossetti di entrare senza essere assalito dalla stampa. Il presidente del Tribunale Ezio Siniscalchi ha chiesto la collaborazione delle forze dell’ordine affinché anche la madre e la moglie del carpentiere possano accedere senza subire le attenzioni dei media. Di più: si è studiata la possibilità di allestire una sala stampa con un maxi schermo che consenta ai giornalisti di seguire il processo, nel caso l’operaio venga rinviato a giudizio, una probabilità che sfiora la certezza. Gli avvocati di Bossetti, che continua a dichiararsi innocente, chiederanno il «non luogo a procedere» e non cercano il rito abbreviato, che fornirebbe uno sconto di pena all’imputato. Claudio Salvagni e Paolo Comparini si riservano di estrarre cinque «jolly» durante il rito ordinario, fra i quali la scoperta (da parte della consulente di parte Sara Gino) di un secondo dna maschile trovato fra gli abiti e il corpo della piccola Yara. Un dna di cui non si fa cenno nel referto dell’esame autoptico effettuato dall’antropologa Cristina Cattaneo ma che sarebbe presente nella relazione dei Ris. E c’è di più: i legali puntano su due testimonianze non chiare rilasciate da altrettanti testimoni. Anche la scheda Sim del cellulare di Yara con 79 numeri non attribuibili a sua conoscenze avrebbe dovuto essere oggetto di dibattito senonché è intervenuto proprio il padre della vittima assicurando che la scheda in questione era di sua proprietà, ne aveva fatto largo uso prima di darla alla figlia quindi quei numeri «sconosciuti» non potevano essere legati all’adolescente. E chissà se i colpi di scena (più volte annunciati, qualche volta disattesi) saranno utili a dimostrare l’innocenza dell’insospettabile padre di famiglia. Un uomo a cui non si sarebbe mai potuti arrivare se non grazie ad una ricostruzione che ha goduto di un supporto scientifico significativo. Quel supporto che ha portato a galla non solo un presunto assassino ma anche segreti di famiglia che avrebbero dovuto restare chiusi in un cassetto. Il castello accusatorio nei confronti di Bossetti sembra essere di quelli che schiacciano qualsiasia replica: soprattutto il dna di lui sugli slip della vittima, una prova che è l’equivalente di un macigno.

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