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Condannato il capo scorta del pm Di Matteo

Confermati sei mesi di reclusione inflitti in appello per tentata truffa e falso materiale

Dopo il rinvio a giudizio per aver diffamato i carabinieri, accusandoli di aver ostacolato la cattura di Bernardo Provenzano, ora la condanna, definitiva, per falso materiale e tentata truffa. A subirla è stato Saverio Masi, maresciallo dei carabinieri e caposcorta del pm Nino Di Matteo. La V sezione penale della Cassazione, confermando la sentenza della Corte d’appello emessa lo scorso anno, ha infatti inflitto sei mesi di reclusione, pena sospesa, al maresciallo, testimone al processo sulla presunta Trattativa Stato-Mafia. La vicenda che ha portato a tre condanne per Masi, in primo grado, poi in appello e ora davanti alla Suprema Corte, ha inizio nel 2008, quando il maresciallo è al Nucleo investigativo di Palermo. Masi sta seguendo un’indagine quando si reca, in tutta fretta e con un’auto privata, a parlare con un confidente. Qualche mese dopo gli arriva una multa per eccesso di velocità, e per contestarla scrive una relazione dove attesta che l’utilizzo dell’auto privata è dipeso da motivi di servizio e inoltre allega una lettera di accompagnamento di un suo superiore. Quando la sezione della polizia stradale di Palermo chiede al Comando dei carabinieri di confermare la versione del maresciallo, i superiori non confermano e inviano alla procura del capoluogo siciliano un avviso di notizia di reato. Masi finisce indagato per falso ideologico, falso materiale e tentata truffa. In sostanza il maresciallo viene accusato di non essere stato in servizio il giorno in questione, e dunque di averlo sostenuto solo per non pagare la multa; di aver falsificato la relazione, perché la lettera di accompagno, in realtà, non è firmata dal superiore ma siglata dallo stesso Masi; e infine di aver cercato di truffare lo Stato tentando, appunto, di non pagare la sanzione di 106 euro. I suoi superiori, inoltre, nel corso del processo, hanno sostenuto di non aver mai autorizzato Masi ad usare auto private per condurre indagini giudiziarie. Risultato: in primo grado Masi viene condannato a otto mesi di reclusione, pena sospesa, per tutti e tre i reati, mentre in appello il giudice lo assolve per il falso ideologico (risultava effettivamente in servizio), ma lo condanna a sei mesi, pena sospesa, per tentata truffa e falso materiale. Davanti ai Supremi giudici, il procuratore generale ha chiesto l’annullamento senza rinvio per il primo reato (sostenendo che il caso non riguarda un esborso di denaro ma solo una multa non pagata) e una condanna a cinque mesi e dieci giorni per il secondo. L’avvocato di Masi, Giorgio Carta, l’assoluzione piena perché il fatto non sussiste. La Cassazione, però, è stata di tutt’altro avviso, rigettando in toto le richieste del procuratore e del legale, non esprimendosi sul falso ideologico (la procura non aveva presentato ricorso sul punto) e confermando la sentenza d’appello e la relativa condanna che potrebbe costare a Masi la destituzione dall’Arma dei carabinieri. Nel gennaio scorso, inoltre, il maresciallo è stato rinviato a giudizio anche in una seconda inchiesta. Nel corso di una conferenza stampa, infatti, ha accusato il colonnello dei carabinieri Gianmarco Sottili, e gli ufficiali Fabio Ottaviani, Michele Miulli e Stefano Sancricca, in servizio al Nucleo investigativo di Palermo fra il 2001 e il 2006, di aver brigato per ostacolare la cattura dei boss Bernardo Provenzano e Matteo Messina Denaro. Accuse che costeranno un altro processo al caposcorta di Di Matteo, che a Masi continua a esprimere totale fiducia.

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