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«Io, Pignatone e Ultimo di nuovo a confronto»

Luca Rocca Antonio Ingroia non è più pm ma avvocato. E fra i suoi clienti, accusato di complicità nel tentativo di riciclare il tesoro di don Vito Ciancimino, c’è anche l’imprenditore Raffaele...

Antonio Ingroia non è più pm ma avvocato. E fra i suoi clienti, accusato di complicità nel tentativo di riciclare il tesoro di don Vito Ciancimino, c’è anche l’imprenditore Raffaele Valente. Per Ingroia, però, chi l’inchiesta l’ha messa in piedi, e cioè il procuratore capo di Roma, Giuseppe Pignatone, e il colonnello Sergio De Caprio, hanno preso una cantonata. Ingroia, Ciancimino jr è già stato condannato, ma lei è convinto che in questo secondo processo di riciclaggio non ci sia l’ombra. «Esatto. È un caso paradossale e stravagante. È vero che l’origine illecita dei beni è stata accertata, e infatti Ciancimino è stato condannato, ma questo caso nasce molto tempo dopo. La procura è convinta che il tentativo degli attuali imputati di sottrarre al controllo dell’amministrazione giudiziaria i beni di don Vito, sia riciclaggio. Ma non è così. Si tratta solo di operazioni commerciali per difendere i proprio interessi». Ma nell’ordinanza di custodia cautelare si parla di «un disegno unico legato al riciclaggio». «È una cantonata, un totale fraintendimento dei fatti. Dopo la condanna di Ciancimino nel primo procedimento, c’è stato un cortocircuito e i giudici non hanno capito che si tratta di due vicende diverse. Siamo di fronte a un’assurdità». Eppure dalla consulenza presentata in tribunale emergono chiari i movimenti bancari e i rapporti fra gli attuali imputati e Ciancimino. «Movimentazioni riferite al primo processo, non a questo. Nella consulenza si ipotizza che ci fosse un accordo fra tutti gli imputati al fine di svuotare di valore il patrimonio della società in corso di sequestro e confisca. I fatti e i documenti dimostrano che si tratta di una ricostruzione congetturale». Lei ha affermato che questo processo mira a distruggere la credibilità di Ciancimino jr per depotenziare quello in corso a Palermo sulla Trattativa Stato-Mafia. Non è eccessivo? «Da molte indagini emerge una pesante attività di intercettazione nei confronti di Ciancimino nel periodo in cui stava rendendo dichiarazioni a Palermo. Intercettazioni spesso finite sui giornali e che ne hanno minato la credibilità». Il destino la rimette di fronte al Capitano Ultimo e a Pignatone. «Corsi e ricorsi storici. Con Pignatone si è sempre e solo trattato di idee diverse. Ora le vecchie divergenze di opinioni e di vedute si ripropongono sotto altre vesti». Definirebbe ancora Ciancimino "un’icona antimafia"? «È una leggenda nata da un travisamento delle mie parole. Dissi che ormai tutto è a tal punto solo immagine e spettacolo che persino Ciancimino scrive libri e se ne va in giro a fare dibattiti quasi fosse un’icona antimafia. Non era un elogio».

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